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Nuove proposte

di maia, 18 marzo 2008

Dopo estenuanti litigate su sciocchezze come il tracciato della tramvia e lo spostamento delle opere d’arte, finalmente un modo intelligente di ridiscutere il benessere cittadino.
Da “Oblò”, rubrica delle pagine fiorentine di Repubblica:

«Nei parchi di Firenze si potrà fare l´amore liberamente. Baci, carezze, petting e rapporti sessuali completi sull´erba, niente sarà proibito. Ci saranno regole precise da rispettare, ovvio: il via libera scatterà soltanto all´imbrunire; guai a collocarsi vicino alle aree gioco dei bambini; guai a gridare, a esprimere il piacere in maniera eclatante, neppure per simulazione; guai a lasciare i rifiuti nel verde, che tutto sia convogliato negli appositi cestini (…). Le forze dell´ordine presidieranno a distanza, senza disturbare, e interverranno soltanto in caso d´infrazione. »

Ma vi immaginate quanto un’innovazione del genere farebbe bene all’umore di una città incarognita come questa?
Basta con le macchine appostate in doppia e terza fila per godersi un poco di intimità, basta con le sveltine da coda del rientro. E basta anche alle proverbiali sette camicie che devono sudare i poveri guardoni per fare il loro mestiere.
Questo sì che è progresso!
Non a caso l’idea è mutuata dall’avanzata Olanda.
Solo che qui siamo in Italia.
Il che vuol dire che la cosa non è realizzabile. C’è poco da fare, non abbiamo la mentalità adatta. E’ tutta colpa della nostra religione di stato e di come ci ha ridotti.
Ma mica mi riferisco al cattolicesimo, come fa il buon Gucci.
Io parlo del calcio.

Ve l’immaginate che succederebbe al povero carabiniere a cavallo o allo sventurato vigile urbano che devono sanzionare le infrazioni?
E al primo cartellino dubbio sarebbe tutto uno sbraitare per la moviola in campo!

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Il mattino ha l’oro in bocca

di maia, 15 marzo 2008

No, non fatevi ingannare, non è il fantomatico post su “Shining e il perturbante”.
Quello sarà il mio Requiem, lo so. Tutte le volte che sono in bagno e sento bussare alla porta, immagino sia un uomo tutto in nero che, con occhi spiritati, un sorriso diabolico e un’accetta in mano, mi offre sacchettate di soldi per farmi scrivere quel dannatissimo post. Allora io mi barrico dentro. I colpi alla porta si fanno sempre più insistenti e violenti. L’uomo nero comincia a urlare forte e, dannato imbroglione, con la voce di mia sorella!

Lui è là fuori, lo so e io col cavolo apro!
Provo ad evadere dalla finestra ma, essendosi che il bagno è situato in una mansarda alta due metri e che siamo comunque al quarto piano e di neve non c’è traccia, il compito mi sembra piuttosto arduo.

Così, tutta sudata, un piede malamente poggiato sul bordo bagnato del lavandino e l’altro premuto contro la porta, scivolo, batto la testa sullo spigolo del mobilino di legno bianco candido, che poi tanto candido non è, visto che hai voglia di darci sotto con glassex e olio di gomito, quei maledetti aloni di polverine truccose non se ne vanno, nemmeno se piangi in ginocchio…
Ma che stavo dicendo?
Ah, si, di solito casco per terra, perdo i sensi e quando mi risveglio mi ritrovo con la porta del bagno sfondata e mia sorella che mi cammina sopra, imbufalita, perché sta facendo tardi a lavoro.
Come se fosse colpa mia!
Se solo arrivasse un attimo prima lo prenderebbe con le mani nel sacco quell’idiota di Jack Salieri che mi vuole uccidere con la mia stessa arte!

Ma torniamo a noi.

Questo post era sui miei risvegli mattutini.
Quando, di corsa perché puntualmente in ritardo, faccio tutto insieme. Mi lavo la faccia, mentre mi lavo i denti, mentre mi trucco, mentre mi pettino, mentre ascolto la radio.
Di solito è radio 24.
Perché alle otto fanno un notiziario lungo e approfondito, come è sempre più raro alla radio.
Perché lì dentro hanno un incredibile naso, sanno cogliere con assoluta precisione in quale direzione spira il vento per poi cavalcarlo con assoluta imparzialità. E io son curiosissima di sapere in che direzione spira il vento. Tutta questa incertezza su chi vincerà le prossime elezioni mi logora più di Everton-Fiorentina.
E per i fantastici mini-editorialini che seguono il gierre.
Dopo l’edizione mattutina, infatti, va in onda un commento, roba di pochi minuti, ad opera di sette opinionisti, uno diverso per ogni giorno della settimana.

Il mio preferito è senza dubbio quello del giovedì.
Perché di giovedì, subito dopo il notiziario, va in onda Spicolature”, l’editoriale di Mila Spicola!

E’ davvero incredibile con quanta precisione quella donna riesca, fra tutte le notizie di attualità della settimana, a cogliere puntualmente la più insulsa.
E dopo averla sviscerata con tale inconsistenza da lasciarmi ogni volta ammirata, piazza un vero e proprio tocco di classe. Con voce sensuale e ammiccante scocca il suo “Ma mi chiedo e vi chiedo….”.
Perché, come il più scafato dei cabarettisti, la Spicola sa che niente fa più presa sul pubblico del tormentone. E così si è creata la “sua frase” il suo marchio di fabbrica, preludio a una domanda assolutamente imprevedibile nella sua inconcludenza da lasciare letteralmente choccati.
Per poi concludere con una chiosa di intollerabile bellezza.

Questa volta si parlava, per esempio, dell’asinaggine degli studenti italiani, delle scuole piene di professori incapaci che pensano solo ai lauti stipendi che sgraffignano allo stato e delle lunghe vacanze durante le quali scialacquano i loro patrimoni. E lo si faceva con una tale incisività, che già non mi ricordo la sferzante opinione della mia opinionista preferita!

Dio, come faccio ad aspettare la prossima puntata?
Riascoltare le vecchie in podcast non mi basta, io la voglio, la voglio subito la nuova spicolatura!

Eh, sì, il giovedì è diventato il mio giorno preferito. Non più solo per gli gnocchi.
Da ora in poi saranno gnocchi e Spicola!

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Tanti auguri!

di maia, 27 febbraio 2008

Ormai è lampante, sono proprio una madre degenere.
Venti giorni fa la mia creatura ha compiuto un anno e io nemmeno me ne sono accorta!
Il primo compleanno è un avvenimento importante.
In queste occasioni si tirano le prime somme, ci si commuove, si fanno considerazioni profonde.
E io non solo non l’ho festeggiato, ma ho pure abbandonato la mia creatura a se stessa, senza cure, senza cibo, senza balocchi.
Soltanto profumi per me.

Cerco di rabberciare adesso due righe commemorative (postume?), giusto per non far brutta figura.

Ah, la mia creatura…
Ricordo come fosse ieri quando è nata, in un freddo giorno di febbraio.
Doveva essere solo un capriccio, il divertimento di un momento, qualcosa a cui non affezionarsi.
E poi… e poi mi ha preso la mano.
Dio, che emozione quando la tua creaturina ti prende la mano!

La battezzò una blogstar.
E mica una blogstar qualunque. Una di quelle sbirciatissime (e scosciatissime) che spopolano fra gli internauti maschi.
Passò, lesse, lasciò i suoi auguri e sparì.
Ma il suo odore deve essere rimasto nell’aria, attirando curiose occhiate maschili.

Perché su splinder le cose funzionano così.
Il maschio di ineternecticus splinderianus tipo fiuta instancabilmente in cerca di estrogeni.
Quando ne capta la presenza, si attacca alla (presunta) femmina, cercando di circuirla con complimenti spropositati.
Le più sprovvedute (o le più sessualmente disponibili) ci credono ed instaurano con l’esemplare (presunto) maschio fantasmagoriche relazioni virtuali.
Le altre declinano più o meno delicatamente, provocando nel maschio (o presunto tale) reazioni fra l’incredulo e l’impermalito.
Imperterrito, egli continua ad esibire la sua livrea multicolore, convinto che quel “guardi, lei è molto gentile, ma l’articolo non mi interessa” nel linguaggio femminile significhi in realtà “sì, ti desidero bello stallone, strappiamoci i vestiti a morsi!” e che “no” sia solo un modo un poco più breve per dire “forse, se insisti…”.
Quando poi l’esemplare maschio (o presunto tale) si rende conto che non c’è trippa per gatti, improvvisamente sparisce.

Non è un caso che nei blog femminili splinderiani il tasso di ricambio dei lettori maschi cresca più velocemente del prezzo del petrolio.

Certo, esistono pur sempre le eccezioni.
Su splinder ho conosciuto persone bellissime, anche di sesso maschile, alle quali dei miei estrogeni (o presunti tali) non potrebbe fregargliene di meno (e per questo non le perdonerò mai).

Persone che mi hanno seguito dopo il trasloco e che adesso aspettano pazientemente che mi sia rimessa da tutti gli stravolgimenti della mia vita.

A proposito, voglio rassicurare tutti quelli che si son preoccupati per la mia lunga assenza. Non è successo nulla di grave, eh.
Semplicemente ho trovato lavoro.

Un posto carino, situato nella piazza più bella della mia città, con colleghi giovani e simpatici e in cui si guadagna bene.

E allora che ti lamenti, mi direte?
Eh, ma questi pretendono che io lavori!

Che mondo…

Consigli per gli acquisti

di maia, 4 febbraio 2008

Me ne stavo tutta tranquilla e paciosa sugli spalti, comodamente avvolta, nell’ordine, in stivali da pioggia, calze di lana portafortuna, calzini portafortuna, mutande portafortuna, jeans portafortuna, reggiseno portafortuna, canottiera portafortuna, lupetto bianco portafortuna, maglione viola portafortuna, piumino bianco, imbottitissimo, portafortuna, sciarpa viola portafortuna, cerata (pantaloni più giacca) portafortuna, cappellaccio da pioggia portafortuna. Insomma, somigliavo molto a un incrocio fra l’omino michelin e lo sterminatore finale di ghostbusters, e più che saltellare, mi dondolavo goffamente per scaldarmi un poco i piedi, soddisfatta di come la mia squadra stava dominando gli avversari.
Eravamo nell’intervallo e ancora cattivi presagi non si addensavano sulle nostre teste bagnate, anche se quella pioggerellina, fine ma insistente, avrebbe dovuto farci capire…

All’improvviso un boato scuote lo stadio.
E’ la pubblicità che parte a tutto volume.

Solite macchine, soliti autospurghi, soliti mobili da ufficio… quando ecco la sorpresa.
Una nota marca di borse (da donna) pubblicizza dei modaiolissimi modelli di borsa (da donna) facendoli indossare da due strafighe seminude, abbracciate in un quasi amplesso saffico.
A quella vista tutti gli uomini, fino a quel momento impegnatissimi nel decidere quale punizione fisica infliggere all’irriconoscibile Pasqual o quale strumento usare per mettere un po’ di pepe sulla coda al lento Santana, prorompono in un oooohhhhhhhh! prolungato e salivoso.
E in tutto lo scuotimento circostante, mi è sorta spontanea una domanda.

No, non che cosa ci faccia una persona normalmente razionale e assolutamente non superstiziosa con tutto un doppio armadio (autunno-inverno e primavera-estate) di abbigliamento portafortuna.

Quello che mi sono chiesta è a chi diamine fosse rivolta la pubblicità.

Perché alle donne nude ed eccitate che reclamizzano una macchina o una marca di whiskey siamo tutti abituati, in fondo quelli sono prodotti “maschili” (?).
Ma una borsa da donna chi la compra? Donne e gay, presumo. E dubito che un gay o una donna eterosessuale si facciano impressionare da due bionde che si palpano.
Tendo altresì ad escludere fossero modelli riservati unicamente a clienti lesbiche.
Quindi, respingendo a priori l’ipotesi un errore di marketing (i responsabili di marketing non sbagliano mai, come insegnano al primo anno di economia), è evidente che mostrare ad un uomo eterosessuale delle donne seminude in pose equivoche, spinge lo stesso a desiderare spasmodicamente qualunque, ma proprio qualunque cosa si trovi nelle loro vicinanze. Anche cose che nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali non gli verrebbe mai in mente di comprare.

Il che, a pensarci bene, è una cosa meravigliosa.
Donne, ma vi rendete conto?
Con questo sistema potreste soddisfare ogni vostro capriccio!
Avete bisogno di cambiare il ferro da stiro? Basterà mostrare ai vostri uomini la foto di due signorine scollacciate che si abbracciano vicino a un modello rowenta nuovo fiammante.
La vostra lavatrice è vecchia? Fategli vedere l’immagine di due ragazze strepitose che si avvinghiano intorno a una candy di ultima generazione.
Una volta innescato il riflesso pavloviano, a voi basterà accennare al prodotto e ve lo ritroverete bello impacchettato e infiocchettato, pronto all’uso.

Anche se è sempre bene scegliere con cura l’obiettivo.
Se quello che desiderate è un nuovo amante giovane e focoso, per dire, non so se sbattere sul muso al vostro uomo la gigantografia di un bel giovanotto aitante circondato da due sventole che se lo palpano vi farà ottenere esattamente ciò che desiderate…

Limitatevi a semplici oggetti, magari costosi, ma non fraintendibili.

Tipo un paio di stivali da pioggia portafortuna.
Che fra l’altro, visto com’è andata poi la partita, è proprio quello di cui io avrei un gran bisogno…

And the winner is…

di maia, 1 febbraio 2008

MAIA!     Premio D eci e lode

Devo dire che non me lo aspettavo.
Non mi aspettavo che ci fosse giustizia a questo mondo, intendo, perché che questo riconoscimento mi spettasse è fuor di dubbio!

Dio, sono così emozionata… che quasi mi mancano le parole!
Quasi.

Innanzi tutto i ringraziamenti.

Ringrazio i miei genitori per avermi fatta così.
Poi le mie sorelle, che nonostante le apparenze mi vogliono tanto bene. Lo dimostrano i graziosi nomignoli “mucca pazza” e “vecchia rimbambita” con i quali mi vezzeggiano in continuazione.
Poi la mia famiglia tutta, senza la quale oltre la metà di questi post non esisterebbe.
E i miei amici, che mi son stati vicini nel momento del bisogno. Grazie davvero a entrambi.
E grazie anche a tutte le persone strambe che ho incontrato in questi anni, fonte continua di ispirazione.
E grazie a tutti i miei fan, il vostro calore mi coccola e mi spinge a dare sempre il meglio.
E grazie, naturalmente, a baxx che ha nominato il mio blog con la motivazione: “Perché è un posticino pulito, illuminato bene e che lei ha buon gusto, nessuno lo può negar”.
Grazie di cuore. Questo premio lo voglio dividere con tutti voi.

E cosa farai adesso che sei famosa, mi chiederete.
Mah, vi dirò, per prima cosa credo proprio mi farò un’operazione. Ma non una di quelle banali, da vippettini della tv. Di nasi, tette e culi rifatti è pieno il mondo.
Così ho deciso di rifarmi una spalla.
E che te ne fai di una spalla rifatta, mi chiederete.
Mah, con una spalla rifatta si possono fare un mucchio di cose.
Tipo indossare quegli abiti con una spalla di fuori e una coperta.
Senza contare il fatto che per lungo tempo girerò con il tutore e così anche i brutti vecchiacci incarogniti saranno costretti a cedermi il posto sul bus!

Progetti per il futuro, mi chiederete.
Mah, direi pace e fame nel mondo, bimbi, animali, buco nell’ozono, ambiente… Insomma, i soliti.
Poi un film sulla mia vita interamente girato a Zollywood, la nuova Hollywood in Zambia, molto chic, molto trendy, molto new, ché già Bollywood mi sa di stravisto.
Penso che chiamerò Coppola alla regia, i Coen alla sceneggiatura e uno fra Angelina Jolie, Jessica Alba o Alan Alda a interpretare la mia parte.

Detto questo, mi pare non rimanga altro che fare le mie nomination.
Ci ho pensato a lungo, queste son cose di una certa importanza.
Anche perché un premio del genere ha senso se ad essere premiato è un blog che riveste un significato speciale per chi fa parte della giuria (ovvero me).
Quindi spero non se ne avrà a male l’amico edo, o antonio, o il Cavaliere Stacchia, o francesco, o i ragazzi di tor, o tutti gli altri “tenutari” i cui blog io adoro e leggo regolarmente. Né si arrabbieranno i “colleghi” di Cabaret Bisanzio. Citare un blog per cui scrivo mi parrebbe quanto meno fuori luogo.

Voglio nominare colui che mi ha introdotta nel meraviglioso mondo dei blog.
Prima non ne avevo mai letti.
Un bel pomeriggio d’estate, immobilizzata in casa, non sapevo che fare e ci son capitata per caso. Ho iniziato a leggere e non mi son più staccata.
Mi ha fatto ridere fino alle lacrime, e questa è la cosa più bella che possa capitare in un caldo pomeriggio d’estate, quando si è immobilizzati in casa e non si sa che fare.
Tranne che scambiarsi effusioni col proprio compagno, ovvio. Ma di compagni a portata di mano non ne avevo, quindi non ringrazierò mai abbastanza Sauro e il suo Piccolo blues per lo spasso che mi ha regalato e che (quasi) ogni giorno ci regala.

Ricorda Sauro.
Se son qui è tutta colpa tua!

La fine è nota

di maia, 24 gennaio 2008

la fine è notaVi è mai capitato di innamorarvi di un libro per il suo titolo?
Di desiderarlo, di concupirlo violentemente solo per quello?
A me è capitato con “La fine è nota”.

Quelle parole mi si erano conficcate in testa e mi tormentavano da tempo.
Non ricordo più se le avevo lette in una recensione, se ne avessi sentito parlare in un altro libro o se semplicemente avessi visto un film che si chiamava allo stesso modo.
Fatto sta che io dovevo procurarmi il romanzo intitolato “La fine è nota”. E poi possederlo.

Così l’altro giorno, passando per la graziosa via centrale di una graziosa cittadina toscana, presa da questo desiderio malsano, mi avventai addosso alla commessa, e le chiesi, agitata:
“che per caso c’ha quel libro che si intitola come un film che forse ho visto e che forse è citato in un libro di uno scrittore che mi piace tanto?”

La ragazza non sembrava molto sveglia, e infatti rimase a guardarmi a bocca aperta.

Riprovai, sillabando lentamente e adeguando la calata. In fondo eravamo pur sempre a Pisa e si sa quanto questi della costa ci tengano alla propria autonomia linguistica.
“Scu-si. Chepper caso c’ha queillibro che s’intitola come quer firme… aveva a’ esse’ vecchio… che forze vidi… o che forze gliè citato dentro un’artro libro che leggetti e che mi garbò di morto?

Lei zitta, come statua di sale, con gli occhi strabuzzati.

Uhm… forse avevo sbagliato calata e mi ero data al pratese. Ma porca miseria, i pisani odiano i pratesi! I pisani odiano tutti!
Dovevo assolutamente procurarmi un interprete.
Per fortuna avevo un pisano a portata di mano.

“Senti, Sandro, che glielo chiedi te per favore?”
“Cheppalle! Che voi?”
“Quel libro…”
“O’qquale?”
“Quello… come si chiama… quello che inizia con uno morto e poi si deve capire perché è morto… dai, come si chiama… quello… che forse ci hanno fatto un film… ah! La fine…”
“… è nota!” sento alle mie spalle.
Mi volto. Un omino losco si stava rivolgendo alla mia commessa.
E lei gli sorrideva.
E gli dava il libro! Il mio libro!
Ladro di libri che non sei altro!
Ladro di desideri altrui!
Faccio per avventarmi sul villico, quando l’interprete mi acchiappa per la collottola e mi trascina verso la commessa.
“Che ce n’ha un altro?”
“No, era l’ultimo”
“Come l’ultimo?”
“Mi spiace…”
Ma guarda… la finta tonta capiva benissimo l’italiano! Evidentemente si era messa d’accordo con l’omino losco! Aveva fatto finta di non capire… e poi, appena avevo nominato il libro, zac! Glielo aveva dato a lui!
Provo a inseguire il complice, ma ormai si era dileguato.
Ah, se l’interprete non mi avesse bloccata…
Un momento! Vuoi vedere che pure lui faceva parte della banda?
Eccerto, perché mi avrebbe fermata altrimenti?
“Ahi Pisa, vituperio de le genti del bel paese là dove ‘l sì suona! Quanto è vero!” dico, mentre prendo il primo treno che mi avrebbe riportato alla civiltà.

Appena messo piede a Firenze, corro di volata alla mia solita libreria e ci entro urlando “LA FINE È NOTA! LA FINE È NOTA! LA FINE È NOTA!”, buttando a terra tutto lo scaffale di libri per bambini.
Mi vengono date tre copie del prezioso romanzo, che pago, insieme a dieci Harry Potter, due libri coi disegnini che si muovono, quattro col carillon e dodici da colorare.

Tornata a casa coloro un po’ di libri, gioco col libro della gru (che si muove davvero!), poi mi metto a leggere.
Sciascia! Ecco chi me ne aveva parlato!
Lui ne è entusiasta.

Certo, come giallo è strano.
Praticamente parte dalla fine, da un uomo che muore. Forse è un suicidio. E noi si passa tutto il tempo a cercare di capirne il motivo.
È un libro di quelli piccini della Sellerio, solo 245 pagine, che volano via in un soffio.
Perché è un libro incredibilmente vivo.
Anche se è polveroso, irrimediabilmente legato a un tempo lontano e a un’america che vicina non ci è mai stata, se non sul grande schermo. Quella della bella società newyorkese, gaia e superficiale. Quella melanconica della società rurale, dell’immobilità, degli spazi immensi. Quella povera e dura degli anni intorno alla seconda guerra mondiale. Quella che si muove e sogna al suono di grandi orchestre swing, che fa tanto film degli anni d’oro di Hollywood.
Anche se un lettore appena attento scopre immediatamente il gioco.
Eppure si lascia giocare.
Si rilassa al ritmo di quello swing, si fa trascinare da un capo all’altro di quell’america ingenua ed entusiasta, in cui tutto sembra possibile.
In cui la gioia di vivere diventa crudele.
In cui la crudeltà si veste di grazia.
E in cui la grazia l’ha sempre vinta.

È un libro adorabile.
Leggetelo. Se non ve lo rubano prima.

Perché no?

di maia, 20 gennaio 2008

Non capisco davvero tutto il putiferio mediatico che si è sollevato intorno alla proposta dell’assessore alla cultura della regione toscana.
Proposta assolutamente ragionevole e ben pensata.

Perché, si chiedeva Cocchi, non spostiamo il David di Michelangelo nella nascitura Città della Musica? Così facendo si otterrebbero due risultati: alleggerire dal “traffico dei turisti” le strade del centro cittadino e dare lustro alla nuova struttura che sta per essere ultimata in una zona in forte crescita della città.

Ora, chiunque viva in una città di grande interesse storico-artistico, e in Italia non mancano certo, sa bene quanto sia fastidiosa la piaga del turista-pedone.

Egli viaggia solitamente con schieramento a testuggine, impossibile da fendere, quanto difficilissimo da aggirare nelle famigerate stradine strette dei nostri centri storici, così da rendere impossibile la viabilità pedonale agli onesti cittadini residenti, che ormai hanno imparato a smoccolare in multilingue.

Perchè permettere che le gloriose Via degli Alfani o Via Ricasoli siano interamente occupate da queste orde di incivili?
Perché non trasferire le stesse file sui viali di grande scorrimento cittadino, con il non secondario vantaggio di poter sfruttare il visitatore forestiero come simpatico bersaglio mobile per gli automobilisti innervositi dal traffico delle ore di punta?

E che è questa fissazione che il David debba per forza rimanere nella vecchia Galleria dell’Accademia? Che due passi, un po’ di aria nuova non gli farebbero bene? Che un po’ di mondanità non se la merita?
Dice: si sciupa… E basta con questi allarmismi! Siete noiosi.
Dice: è un’opera d’arte, dovrebbe stare in un contesto adeguato, meglio se pensato apposta per lui… E che, la città della musica non va bene? Ma pensate cosa non deve essere vederselo vicino al bookshop del Maggio Fiorentino, sai quanti gadget in più farebbe vendere?

La verità è che l’arte fine a se stessa è inutile e pure un poco supponente. L’arte deve produrre entrate. È per questo che è stata inventata, o no?

E quindi, caro Cocchi, non solo io appoggio la tua moratoria (se la chiamavi così, secondo me riscuotevi maggior successo), ma rilancio.

A Firenze Sud nasce un nuovo centro sportivo? Mettiamoci la Venere che sorge dalle acque all’entrata delle piscine!
Si sta costruendo il nuovo stadio a Firenze Nord? E noi ci si mette la battaglia di san Romano!
E poi ai campini delle giovanili una bella Primavera, alla nuova Enoteca Pinchietti un bel Bacco, al nuovo reparto di ginecologia di Careggi una bella Annunciazione, al nuovo Pitti Donna una bella Incoronazione della Vergine
E qui smetto per non annoiare, ma avete idea di quante soluzioni si possono trovare?
Così, oltre a sparpagliare i turisti ai quattro canti della città, si possono anche liberare i musei da tutti quei doppioni che li intasano. Di dipinti, in fondo ne basta uno per tema. Che senso ha conservare una ventina di annunciazioni, una trentina di adorazioni, una cinquantina di incoronazioni?

Per lo stesso motivo, proporrei di spostare il doppione dal David a Roma. Noi ci si tiene quello di Michelangelo e quello di Donatello lo si regala direttamente a Cinecittà.

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