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Niente

di maia, 12 giugno 2012

Questa volta era convinto di aver fatto le cose a modino. Aveva pensato proprio a tutto. Niente “come sei bella STASERA”, niente “stai bene CON QUEL VESTITO”. In una parola, niente battibecchi.

Solo un semplice, perfetto:

– Sei bella!

– Ah, e perché ne sei così stupito?

Mortacci (sua)

di maia, 23 febbraio 2011

Mi fanno ridere tutti questi bei tomi che parlano di difficoltà nella vita di coppia, di attriti insanabili che crescono col tempo e altre scempiaggini del genere.

In realtà la mia convivenza scorre via beatamente. In fondo basta raggiungere un accordo preventivo con la controparte, qualcosa di semplice e lineare, del tipo “si stabilisce che in ogni forma di conflitto e di contrasto, la contraente (ovvero io) ha sempre ragione e il subente (ovvero tu) me la riconoscerai sempre (la ragione) ed alla fine di ogni discussione converrai con me sulla mia innata acutezza e non comune intelligenza. Oltre che su una bellezza mai vista, non bellezza intesa nel senso classico, ovvio, una bellezza tutta mia, diciamo, ma intensa. In cambio mi impegno a riconoscere che sei un tipo”.

Ecco fatto, che ci vuole?

Solo su una cosa non riusciamo proprio a metterci d’accordo il mio fidanzato ed io.

E’ che per lui in un noir, per essere buono, non ci devono essere morti ammazzati.

Sull’integrazione e il clima

di maia, 8 luglio 2010

Dicono l’integrazione l’integrazione, come se fosse una cosa così facile da realizzare. Come se bastasse dire, badalà, mi trasferisco lì e mi integro.

Ma mica è così facile, eh!

Prendete un esempio, uno a caso. Facciamo che una persona si trasferisca da Firenze a, mettiamo, Cuneo. Ebbene, questa persona si porterà dietro, oltre a tre armadi interi di roba, anche un bagaglio, altrettanto fitto, di abitudini, usi e costumi, dei quali mica intende fare a meno. O almeno dovevano dirglielo prima, prima di farla trasferire tutta, armi e bagagli e tre armadi pieni zeppi di roba, che non si poteva portare dietro anche tutte le abitudini. E le cose che le piacciono tanto.

Tipo le litigate.

Avente presente quelle belle litigate, improvvise, vigorose e tonanti, come tanti bei temporali estivi? Quelle che mentre alzi la voce senti un benefico effetto che ti pervade tutto il corpo1, ti senti così arzillo che dopo potresti benissimo farti dieci chilometri di corsa, in salita, sui tornanti del Col di Tenda, e quella vena sul collo che si gonfia e la tempia che inizia a pulsare? Ecco, quelle, tanto appaganti. Bene, se vi trasferite da una città medio-grande a una piccola, cancellatele! Se passate da, chessò, Bologna, Firenze, Il Cairo, a un posto tipo Cuneo, voi quelle litigate così ve le dovete proprio dimenticare. Prima di tutto perché il tessuto urbano è tutto un insieme di corti interne, che fanno rimbombare le parole, le ingigantiscono e a sentirle tornare indietro, così veementi, sembra quasi che tu pensi davvero tutti quegli insulti che stai sfornando.

E poi ci sono i vicini. Qui In un posto come Cuneo, gli abitanti son talmente pochi che tutti sanno tutto di tutti e non puoi permetterti un minimo di discussione che rischi la mattina dopo di incontrare quella che per te è una perfetta sconosciuta che ti si accosta e ti fa:

buonsgiorno, signuorina, come stuà? Benzentile, benzentile. Comunque vuolevo duirle che ci aveva ragiuone loèi, sà. Anche io a mio muarito ci devo ricuordare soèmpre di abbassare la soéggoètta, Ah, cuome la cuapisco! E per l’altro pruoblemino… soènta me, le muanette la prossima vuolta le proènda ricopoèrte di poèlusc, ché altrimoènti lo croèdo che ci fanno alloèrgia!

E, insomma, vi assicuro che è veramente dura passare da un posto dove puoi passeggiare impunemente per ore senza incontrare nessuno che ti conosca, dove nessun vicino2 si metterebbe mai ad ascoltare le cose che ti dici nelle quattro mura di casa, ad uno in cui sei totalmente esposto all’interesse morboso altrui.

E’ uno dei vantaggi/svantaggi di abitare in un piccolo paese, si dirà.

Sarà, ma quando è troppo è troppo. Qui mi è persino impedito di girar nudi per casa!

  1. pare queste litigate siano un vero e proprio toccasana per la circolazione! Tanto è vero che io le uso anche per combattere la cellulite []
  2. tranne la terribile vecchina impicciona del piano di sotto. Ma tanto quello è un punto fermo, la dannata vecchina impicciona del piano di sotto esiste ovunque []

Vita di coppia. Ovvero, come trasformare vizio in virtù. Prima puntata. La gru stitica

di maia, 22 giugno 2010

Realizzi che i familiari stanno prendendo sul serio la vostra storia quando cominciano a regalarvi vasi e pezzi di porcellana. Prima vi regalavano roba utile, tipo ferri da stiro, minipimer e tazzine da caffè. Poi, improvvisamente, iniziano a regalarvi vasi e pezzi di porcellana.
Ma non vasi e pezzi di porcellana qualunque. Proprio quei vasi e quei pezzi di porcellana per i quali una volta nella vita la tua imbranataggine e goffaggine non sembrano difetti poi così negativi.
Anzi.
Perché, non so se lo avete notato, ma esistono dei vasi e pezzi di porcellana, dei tipi particolari di vasi e di pezzi di porcellana1, che attirano irresistibilmente i gomiti, gli stinchi, la testa, e ogni parte del corpo potenzialmente ottundente. Al punto che ogni parte del corpo potenzialmente ottundente appare animato da volontà propria.
Eh, ma se te li metti così in bilico… mi dice la mia solita vocetta saccente.
Cara vocetta, è inutile che ti lamenti, che certi pezzi d’arredamento, certi vasi e certe porcellane son proprio fatti per essere posizionate con mezza base fuori dall’appoggio. Giuro. C’è proprio scritto sulle istruzioni. Poi se uno diligentemente piazza i suddetti vasi e pezzi di porcellana proprio in bilico sull’ultimo scaffale del mobile più in alto, come da istruzioni, e poi inavvertitamente gli parte una gomitata, una ginocchiata, una stincata, una testata e fa rotolare tutto a terra, mica è colpa sua!

  1. ce ne sono di varie fogge. Il vaso a forma di gru stitica, la teiera a forma di cottage, la zuccheriera a forma di nuvola andata a male… []

Il vero amore – ovvero, le tre fasi del complicato rapporto fra l’uomo e le tette

di maia, 29 aprile 2010

All’inizio lui si limita a guardarle con ingordigia.
Con l’accresciuta confidenza, prende a parlarci con tenerezza.
Alla fine è convinto che gli rispondano.
E che se potessero si staccherebbero dal corpo di origine per stare sempre con lui.

Femminile, singolare: simmetrie

di maia, 1 marzo 2010

Lei: caro, mi guardi se mi sono truccata uniformemente il volto?
Lui: amore… a me sembra che tu non abbia niente in faccia.
Lei (seccata): sì, ma è un niente uniforme?

Femminile, singolare: assoluti

di maia, 24 febbraio 2010

Lui: ma diobonino, duecentocinquanta euro per una borsa?!?
Lei: amore, te proprio non ci arrivi. Per noi donne una borsa è più di un oggetto. E’ una metafora. Un’allegoria del nostro modo di essere, della nostra generosità, della nostra accoglienza. E’ simulacro del grembo materno, è parte essenziale del nostro essere “la-metà-del-cielo-che-dona”, che accoglie, che genera la vita. Toglici la borsa, ed è come toglierci un pezzetto dell’anima. Se poi chiedi “perché proprio questa?” vuol dire che ancora non hai capito. Appena l’ho vista, l’ho riconosciuta. E’ lei il mio pezzo mancante. E’ lei che dovevo avere. Una donna la borsa non se la sceglie. Una donna la borsa “la sente!”
Lui: toh, guarda, la Cesira ce l’ha uguale!
Lei: dio, forse sono in tempo a cambiarla.

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