Crea sito

Antefatto – I Rompiglioni si laureano

di maia, 13 marzo 2012

La famiglia Rompiglioni è sempre stata particolare. Un po’ diversa da tutte le altre. Almeno qui da noi.

Non dimenticherò mai la volta che una delle giovani Rompiglioni1 finalmente si laureò.

L’evento era atteso con un’impazienza e una trepidazione come solo la vigilia di Santa Trofimena.
In fondo era la prima Rompiglioni del ramo dei marinari che si laureava. La sorella più grande aveva abbandonato l’università anni prima, la più piccola probabilmente non ci sarebbe mai arrivata, quindi è comprensibile che tutti fossero così eccitati dall’idea di vedere almeno una Rompiglioni inghirlandata.

I preparativi erano cominciati mesi prima.
Le acconciature provate e riprovate, gli abiti, rigorosamente fatti su misura per l’occasione, accuratamente scelti, e poi le scarpe, le borse, gli accessori, tutti coordinati tono su tono. Messe tutte assieme, le femmine dei Rompiglioni erano come un enorme arcobaleno di tutti i colori e di tutte le età.
Il giorno fatidico si presentarono tutti puntuali al punto di ritrovo. Il viaggio non sarebbe stato troppo lungo, la giovane Rompiglioni sarebbe stata inghirlandata in una cittadina poco lontano da qua.
Mezz’ora, quaranta minuti al massimo.
Nulla era stato lasciato al caso, tre borse frigo piene di supporto alimentare, musicassette di Roberto Murolo per il supporto sentimentale e pellicce per il supporto termico. Sì, era luglio, ma vatti a fidare del tempo.

Montarono in macchina, si persero un paio di volte, alla fine arrivarono in vista della meta.
Le mura della cittadina studentesca svettavano basse, fra i palazzotti.
“Da quella parte!” urlò la giovane Rompiglioni, disperando di arrivare in tempo alla propria laurea.
Ma il padre girava in un’altra direzione.
“Dove stai andando, è di là!”
“Stai, tranquilla, cara, passiamo di qua, che abbiamo una sopresa per te”
Svoltarono in un controviale e poi in un altro. In sottofondo si sentiva, sempre più vicina, una musica tonitruante. Pareva quasi l’Aida.
Finalmente ll serpentone di macchine si arrestò, riversò la moltitudine di Rompiglioni in una piazzetta medievale, davanti a una banda musicale ingallonata. Le majorettes facevano turbinare le mazze al ritmo del Trionfo. Una doppia colonna di bimbe in bianco gettava petali per terra, mentre nugoli di colombe si libravano in cielo.

La decana dei Rompiglioni, tutta commossa “Ha visto, cara? Proprio la festa di laurea come la volevi tu, semplice semplice”

  1. le chiamano “giovani” anche adesso che assommano, in tre, più di cento anni []

La compagnia dell’anello – ovvero, fenomenologia della Zia Zitella

di maia, 18 gennaio 2010

Ieri sera me ne stavo svogliatamente collegata all’internet a scambiare perle di saggezza su uno dei tanti socialcosi.
E’ così che mi sono imbattuta nei dubbi di una spaesata fanciulla in ambasce.
Ella non si capacita del fatto che, ancora, la madre la pungola e la esorta ad essere una zitella migliore.
Perbacco, mi son detta, non posso lasciarla macerare nelle sue congetture, dall’alto della mia esperienza devo intervenire.

Il fatto è, cara amica, che le mamme in prima e le zie in seconda battuta, son fatte apposta. Son nate praticamente per questo! Se la dolce pargola non si sposa entro i trenta – trentacinque anni, lo scopo della loro vita diventa quello di renderla un gioiellino di pisseritudine1 casalinga.

Ma questo è ancora nulla. Nulla in confronto al finire fra le spire della terribile combinazione, del mostro mitologico, tristemente noto come “La Zia Zitella”.

Come già ebbi modo di spiegare, le zie zitelle sono animali che usano muoversi in branco, tanto che se la natura non le ha dotate di sorelle di sangue nubili con cui zieggiare zitellanamente, esse vanno in cerca di altri esemplari fuori dal proprio nucleo familiare con cui ricrearsi un nucleo familiare artificiale. Una volta individuato il soggetto adatto, esse cominciano a fraternizzare (o meglio, a sorelleggiare) molto velocemente2, passando dal semplice contendersi le faccende di casa, a criticarsi ferocemente per come queste sono state svolte, fino a strapparsi i capelli in risse ululanti, proprio come accade fra normali sorelle nubili di sangue.
Fin qui gli usi e i costumi3 dell’animale Zia Zitella.
Ma qual è il loro ruolo nella società? Cosa anima le loro giornate (oltre i ripetuti scontri fisico-verbali)?
La risposta è molto semplice.
Lo scopo nella vita di una Zia Zitella è quello di procurare sposi alle nipoti.
Esse solitamente iniziano col presentare mazzetti di “buoni partiti” (avvocati, notai, dottori) alle sventurate congiunte in età da marito. Così non è raro vedere queste donnone (solitamente impettitamente pettorute) fare da chaperon alle nipoti nei loro incontri inconsapevoli con lo sposo designato. Inconsapevoli perché le giovinette di solito sono attratte agli appuntamenti con il futuro sposo con la scusa di fare un giro sulle giostre (le nipoti in questa fase del processo, sono infatti circa sui quattordici anni) e proprio non si capacitano del perché quel vecchio bavoso amico delle zie stia loro così addosso.
Quando le giovinette cominciano a perdere un po’ di freschezza (diciamo intorno ai 22 anni) le zie, preoccupate ma non ancora disperate, cominciano a presentar loro “partiti non buonissimi, ma passabili” (ingegneri, farmacisti e commercialisti). A questo punto la scusa delle giostre non tiene più, e, anzi, l’affettuoso invito dei mariti in pectore (vieni qui, piccola, senti com’è buono il mio bastone di zucchero filato…) comincia a suonare lugubramente sospetto alle loro orecchie.
Quando, verso i 26-27 anni le zie zitelle vivono ormai nel terrore di ritrovarsi una nipote incompatibile col matrimonio (dio, che orrore!), cominciano a darsi da fare sempre più accanitamente per trovarle uno sposo. Uno qualunque. Ed è qui che cominciano a proporre geometri e ragionieri.
Quando si rendono conto che, nonostante tutti i loro sforzi, le nipoti hanno continuato a invecchiare (stupide, stupide, stupide ragazzine!) e hanno ormai compiuto i trenta anni senza aver preso marito, in preda alla disperazione cominciano a fermare i muratori direttamente per strada4.
Le nipoti nel frattempo probabilmente si sono fatte tutta una loro vita.
Magari sono scappate col fornaio, o sono rimaste incinte dell’elettrauto, o magari ancora son diventate gay.
Ma non hanno mai detto niente alle zie. Per paura di infrangere il sogno della loro vita.

  1. sost. med. In termini tecnici indica esattamente quel tipo di attitudine che la donna acquista quando persiste nel comportarsi spesso e volentieri da pissera []
  2. sost. milit. in termine tecnico significa escalation []
  3. sempre interi, per carità. La vera Zia Zitella aborre il due pezzi []
  4. che diamine, un muratore in casa in fondo può sempre far comodo! []

Incompreso

di maia, 30 novembre 2009

Che poi non è che siano cattivi, i miei. Mi voglio bene e tutto.
Solo è un po’ di tempo che facciamo sempre più fatica a comprenderci.
Sia chiaro, l’incomprensione viene da ambo le parti.
Io, per esempio non riesco proprio a capire come si faccia, una volta raggiunta la meritata pensione, dopo dopo tutta una vita di lavoro snervante e tedioso, ad alzarsi tutti i santi giorni alle sette di mattina per andare in palestra.
Giuro!
Che poi me li immagino, lì, davanti alla meravigliosa struttura ipermoderna e superaccessoriata1, soli, al freddo e al gelo, sotto la bruma autunnale, gelata, con un patetico fumetto, gelato, che gli esce dalla bocca2 con le mani e la faccia schiacciate sui vetri delle porte, inesorabilmente chiuse, in attesa che apra.
Ma che ci andate a fare così presto, mi chiedo io.
E’ che la palestra è frequentata da professionisti, mi dicono, quindi apre molto presto e noi vogliamo essere i primi ad arrivare. Così tutti gli attrezzi migliori sono nostri!
Ecco, nulla da dire sulle scelte personali, mi rendo perfettamente conto che possedere non una cyclette, ma LA cyclette, quella migliore di tutte3 per primi sia una cosa che effettivamente deve dare delle soddisfazioni. E va bene.
Però mi chiedo, che bisogno c’è di starci tutta la mattina? A sudare e faticare e sbuffare e farsi venire i crampi per cinque ore filate. Tutti i santi giorni che dio manda in terra.
E non scherzo, qui si parla di gente che esce alle sette e torna al tocco4, giusto in tempo per buttare giù un brodino (nelle condizioni in cui tornano non sarebbero in grado di assimilare niente altro) e buttarsi sul letto, distrutti, fino alle sette di sera.
Sono io che ho le allucinazioni o i due cari ascendenti si sono cercati un surrogato del lavoro, il più simile possibile all’originale, con orari rigidi, sempre uguali, che occupino tutto il meglio della giornata (la parte in cui si potrebbe comodamente poltrire sotto il piumone), correndo e sgobbando, pedalando e sgomitando per rimanere sempre fissi allo stesso posto, con tanto di capetto che ti insulta perché secondo lui non sudi mai abbastanza?
E, massimo dell’allucinazione, qui nemmeno ti pagano. Anzi, sei tu che devolvi quasi tutti i tuoi averi per farti trattare così!

  1. pare abbiano la rubinetteria dei bagni in oro puro a 1000 carati, con rifiniture in diamanti e zaffiri dell’africa australe e i salvapiedi, quelle pezzoline, sapete, che si mettono fuori dalle docce per non bagnare per terra, in vera pelle di cucciolo di bambi appena nato ndr []
  2. intendo dalla bocca di mio padre. da quella di mia madre esce solo un perenne fumetto di nicotina, anche quando non ha la sigaretta accesa []
  3. con quale criterio si sceglie poi? magari ha i cerchi in lega, abs, bot e cct di serie []
  4. ovvero le ore una, fiorentinismo ndt []

La Famiglia Rompiglioni – canta che ti passa

di maia, 15 luglio 2009

Ci sono cose che hanno il potere di riportarti violentemente indietro nel tempo.
Chessò, un giorno magari senti un odore, un odore particolare. Un odore che non ti può lasciare indifferente. Lì per lì non riesci bene a identificarlo. L’unica cosa che sai è che invece che nei bagni della stazione, ti sembra di essere tornata nella casa al mare in cui passavi le vacanze da bambina. Poi, d’improvviso ti rendi conto. E’ proprio lui, è l’inconfondibile odore dell’armadio in cui la nonna metteva la biancheria pulita! Che dolce quell’odore. E che bello era nascondersi in quell’armadio!
Oppure ti stai strafogando di patatine e chickencosi, lì, e in bocca senti un sapore vagamente familiare. Un sapore che ti fa stranamente pensare alla casa al mare in cui passavi le vacanze da bambina. Poi all’improvviso lo riconosci. Ma certo, è il sapore delle famose melanzane fritte al cioccolato con canditi della nonna! Che dolci le melanzane fritte al cioccolato con canditi. E che bello nasconderle nell’armadio della biancheria pulita!

Così ogni volta che sento una canzone napoletana, ovunque mi trovi, qualunque cosa stia facendo, la mente mi torna a precipizio nella casa al mare in cui passavo le vacanze da piccola.
Solo che in questo caso i ricordi son tutt’altro che dolci.

Succedeva, in quella casa al mare in cui passavo le vacanze da bambina, che quando mia zia Cloris, una delle famigerate Tre Zie Zitelle, cantava Reginella, voleva dire che era in arrivo il temporale.
No, non mi riferisco al temporale inteso come fenomeno atmosferico. Che mia zia, per quanto portatissima in altri campi della stregoneria, con le previsioni del tempo non ci ha mai azzeccato.
Ecco, Reginella era il segno inequivocabile che mia zia si era inquietata.
Bastavano le prime note per far rabbrividire tutti gli abitanti della casa.

Regginè, quando stiveccu mico…

e tutti cominciavano a guardare per terra, improvvisamente attratti da invisibili macchie del pavimento, dall’unghia del ditone destro, da minuscole formichine, qualunque cosa pur di non incrociare quello sguardo.
Che l’ira di mia zia Cloris è tremenda e incute un timore reverenziale, misto alla superstiziosa convinzione che qualunque essere umano che malauguratamente dovesse incocciare in quegli occhi di bragia, ne rimarrebbe immediatamente fulminato, trasformandosi immantinente in una statua di sale, per poi morire dopo atroci tormenti.

T’aggio voluto beeeeenateeeeeee…

Ecco. Bisogna trovare un nascondiglio, subito!

TTummevolutobeeeeeeneammmeeeeeeeeeeee…

Presto, la finestra, tutti giù dalla finestra! Che sotto c’è il terrazzo dell’albergo di fronte. Ormai sono abituati anche loro e già dalle prime note i camerieri han fatto nascondere tutti gli ospiti sotto i tavoli e stanno correndo a salvare le porcellane dall’inevitabile scossa tellurica in agguato dentro l’ugola della zia irosa.

Mmònonciamammecchiuuuumaivvotetuuuuuuu…

Troppo tardi! La zia è proprio davanti alla finestra, con la scopa in mano, e mi taglia ogni via di fuga! Non guardare, non guardare, non guardare… Appiattirsi contro il muro… rendersi il più piccini possibile…

Quand’ecco, dall’altro capo della stanza quello che non avresti mai, e sottolineo mai, voluto sentire.

Eccù stimmodi ooooooiBriggida….

La zia Laris!
La zia Laris è l’unica che non teme il terribile potere inceneritore della sorella. Anzi! Nell’occasione si esalta e fa l’unica cosa che riesce a far incazzare ancor di più la zia Cloris.
Cantarle sotto il naso, con strafottente faccia tosta:

tazz’ecafèparite… sottotenit’ozzuccaro encoppamarasiteeeee…

che in teoria sembrerebbe una cosa carina da dire. Il problema sono i doppi sensi…

matantcchaggiàggirà, etantcchaggiàvutaaaaaaaaà…

… e specialmente quel significato, nemmeno poi tanto nascosto, di girare e rivoltare…

ristrattamentepieeeeeeeeeeeeeensaaaaaaaaaaaaa…

A questo punto me la sto facendo letteralmente sotto. Mi giro intorno. L’unica porta che vedo è quella dell’armadio della biancheria pulita. Mi ci infilo di corsa, col mio piattino di melanzane fritte col cioccolato (e canditi).
Appena in tempo, sento arrivare l’acuto da lontano.
Il suono rimbomba sotto le volte a crociera, il suolo prende a tremare violentemente, sento la cristalleria tintinnare, impazzita.
Mi rannicchio sul fondo dell’armadio.

….aaaaammmmmmeeeeeeeeeeé!

Il mio intestino si rilassa, lasciando un ricordo indelebile sulla biancheria pulita della nonna.

stormy monday

di maia, 21 ottobre 2007

Signora Rompiglioni: Allora io vado.

Figlia 1 e Figlia 2: ciao.

SR (aggiustandosi un ciuffo): allora scendo.

F1 e F2: ok.

SR: ma guarda questi capelli! Non vogliono proprio saperne di stare al loro posto! Accidenti, metto un altro po’ di lacca…

Padre Rompiglioni: Ma tu non devi andare?

SR: sì, stavo giusto… è che, vedi, questi capelli…

PR: stai benissimo, vai.

SR: ma che benissimo e benissimo, vedi qui come sono schiacciati?

Tutti: e vai!

SR sulla porta: allora… vado…

Tutti: ciao!

La Signora Rompiglioni raddrizza la schiena, si sistema il librone sotto il braccio, tira un bel sospiro e si avvia.

Questa scena si ripete puntuale ogni lunedì.
Perché la Signora Rompiglioni ogni lunedì alle quattro ha un appuntamento al quale proprio non può mancare.
Il lunedì alle quattro c’è catechismo.

Da qualche anno il nostro parroco ha deciso di fare qualcosa di concreto per riavvicinare il gregge alla parola di dio. Ha convocato i vecchi del quartiere e li ha solennemente insigniti del Potere.
Poco importa che fra i prescelti figurassero dei rincoglioniti. Loro erano i Predestinati, i Guardiani di Porta, i Tenutari del Verbo. Un Tenutario per condominio.

Nel condominio Rompiglioni si scatenò aspra lotta. Essendo un condominio di rinc… di vecchi, i papabili erano molti. E nessun colpo, nessun trucco, nessuno sgambetto è stato risparmiato. Ricordo ancora lo scandalo dell’adesivo da dentiere della Signora Ridolini sostituito con un tubetto di vinavil. Il cuscino scoreggione posto abilmente sotto il vizzito fondoschiena della Signora Fascini in pieno offertorio.  La polverina esilarante spruzzata di nascosto sul semolino della Signora Pelegatti (pace all’anima sua, almeno morì ridendo)…
Alla fine la spuntò la Signora Falcetti, detta la kapò, cintura nera di santini. Una vera pellaccia. Pare che il vaso di gerani che in quei giorni sfiorò la testa di suo fratello, candidato anche lui, sia caduto dal suo davanzale.
Appena entrata in possesso del Simbolo del Potere, un sussidiario con bibbia e vangelo commentati e illustrati dalla Falange Armata di dio, la Signora Falcetti ha preso in mano la situazione. Vietando di cucinare cavolo e cipolle (ortaggi del diavolo). Istituendo ronde anti-bistecca, contro l’assunzione di carne in giorni di vigilia. Attaccando sulla porta dei signori Sensini del piano terra (atei marxisti-leninisti) la scritta “666 anna trema su di voi!”.
La Signora Peluso del quarto piano, che una volta fu vista dare loro il buongiorno, fu innaffiata di acqua santa ed esorcizzata dall’intero direttorio di condominio. A suon di schiaffi.

Ma la Signora Falcetti dà il meglio di sé nelle riunioni settimanali. Dove, il sussidiario dolcemente poggiato sulle gambe, chiuso, si produce in interpretazioni funamboliche delle scritture.

Signora Falcetti: dunque, oggi c’è la parabola del figliol prodigo. Ora, non per criticare dio, ma questa cosa è veramente ingiusta. O perché il figlio buono che fa tutto per benino viene brontolato e quello carogna del fratello c’ha pure il banchetto?

Vecchine: è vero, è un’ingiustizia!

Signora Rompiglioni: ma vuol dire che se anche uno va per la cattiva strada, dio è buono ed è sempre pronto ad accoglierlo quando rientra nel gregge…

SF: see see. Però quel figlio disgraziato deve pagare! Magari ha rubato, spacciato, fornicato! E che si fa, gliela si lascia passare così? Questo è lassismo! Il primo passo verso il comunismo!

Vecchine: ohhhhh! Il comunismo!

SR: ehm… ma… scusi, che c’entra il comunismo adesso?

SF: come icchécentra? Ma un lo vede? Quel debosciato di sicuro era andato a fare lo zingaro coi rom e gli albanesi e i peruviani, che si ubriacano e fanno le risse e si tirano le bottigliate in testa. E spacciava la droga, lì, ai poveri figli di buona famiglia, che poi le mamme piangono. E se la faceva di sicuro con le donnine, magari di colore. Magari se ne andava anche cogli (dio mi perdoni) uomosessuali! E chi è che difende sempre gli zingari, i rom, i drogati, i puttanieri, quegli di colore e gli uomosessuali, eh?

Vecchine, facendosi il segno della croce: i comunisti!

SR: ma a dire il vero…

SF: e poi, bellino lì, finisce i soldi e torna a casa a chiedere i soldi alla mamma. Dopo essere sparito per anni, dopo che se ne era fregato di chi gli voleva bene! E mai una telefonata! Ma cristo santo, dico io, una telefonata che ti costa? C’hai pure il cellulare che ti ho comprato io, colla pensione di due mesi! Anche la scheda ti ho pagato! E tu? Tu fai i cortei comunisti e ti sputtani tutti i soldi che ti mando? E quando li finisci pretendi anche il vitello grasso?

piccolo manuale di sopravvivenza quotidiana

di maia, 5 giugno 2007

C’è poco da fare, quando un padre va in pensione, tutti gli equilibri familiari faticosamente raggiunti in anni di compromessi rischiano di saltare come tappi di spumante di pessima qualità (ché quello buono un pensionato medio non se lo può permettere).

E’ vero però che non tutti i padri vivono l’avvicinarsi del grande momento allo stesso modo.
Ci sono quelli che hanno passato gli ultimi dieci-venti anni della propria vita a contare i mesi, i giorni, i minuti e i secondi che li separano dal meritato riposo.
Sono quelli che non sopportano nulla del loro lavoro. Lo vivono come una prigionia.
Passano tutto il tempo a progettare minuziosamente cosa faranno una volta che riprenderanno possesso della propria vita. Organizzano viaggi immaginari in luoghi esotici, spesso in compagna della moglie, molto più spesso in compagnia di quella segretaria del primo piano, giovane e carina, che non hanno nemmeno il coraggio di invitare a prendere un caffè.
Sono quelli che finiscono immancabilmente a leggere il giornale su una panchina della piazzetta sottocasa, prima di andare a comprare il pane o accompagnare la dolce metà dal parrucchiere.

Ci sono, poi, quelli che hanno vissuto tutta la loro vita per il lavoro. Entrano in ufficio la mattina presto, ne escono a notte ormai fonda, tutti tesi a raggiungere le uniche cose che contano: soldi e carriera. Loro della segretaria del primo piano son già stufi. Altro che portarsela in vacanza, cercano piuttosto un modo per liberarsene senza che pianti eccessive grane.
Sono padri che hanno già pianificato tutta la propria vita post-pensione. Hanno preso accordi con ditte cui fare da consulenti, con uffici di cui supervisionare la parte organizzativa, con fiorai presso i quali fare i fattorini a nero.
Questi sono i padri migliori: praticamente invisibili ai familiari dopo la pensione esattamente come lo erano prima.

E poi ci sono i tipi peggiori.
Sono una via di mezzo delle due categorie precedenti.
Odiano il proprio lavoro, ma vivono per esso. Non sopportano, cordialmente ricambiati, nessun collega, nessun superiore, nessun sottoposto, nessuna segretaria. Epperò non riuscirebbero a starne lontani. Vivono il momento del distacco come un trauma. Sono assaliti da veri e propri attacchi di panico.

Se avete un padre come questo, è necessario arrivare all’appuntamento con il gran giorno ben preparati.
E’ pensando a loro (ed a voi che ve li ritrovate in casa) che ho deciso di redigere questo agile manualetto di consigli di sopravvivenza.

Punto primo: non nominate mai la parola “pensione” invano. Al solo sentirla pronunciare, Lui rischia di esplodere in reazioni incontrollate, che possono andare dal pianto a dirotto, alla furia più cieca.
Esempio tipico di discussione con familiare poco accorto:

– pensione? Ho sentito bene? Chi ha detto “pensione”?
– No, papà, stavamo parlando del babbo di una mia amica.
– Ah, ecco, perché io sono troppo giovane per la pensione! Figurarsi se devo pensare alla pensione io!
– Beh, papà, in fondo ha 68 anni e 50 di servizio…
– E allora? Stai dicendo che sono vecchio? Ma guarda che figli che mi ritrovo, mi danno del vecchio! Vecchio a me! E’ proprio vero, non c’è più rispetto! Eh, ma ai miei tempi… (ad lib.).

Punto secondo: istituite delle riunioni segrete, in un posto che il padre non potrà mai scoprire, tipo la cucina (appena dopo i pasti, mi raccomando, altrimenti rischiate di trovarvelo nascosto nel frigorifero) o nella zona lavatrice, e date il via ad un brain storming.
La cosa più importante in queste situazioni è, infatti, trovare con largo anticipo un hobby che lo terrà lontano da casa il più possibile.
Non perché non gli volete bene, è chiaro, solo che questo esemplare è estremamente pericoloso per la salute mentale della moglie. La quale assaggia ogni santa domenica quello che l’aspetta quando se lo ritroverà fisso in casa. Questo tipo di padre è infatti di quelli che non muovono un dito nei lavori domestici, ma passano tutto il tempo alle costole della povera consorte che lava, spolvera, pulisce, indicando dove dare un’altra passata e rimproverandola per la scarsa perizia dimostrata.
E’ chiaro che una qualunque madre, per quanto paziente, non potrebbe sopportare per più di un paio di giorni una simile situazione.
Per questo è necessario portarle il marito lontano dai piedi.
Il problema è che un padre del genere è convinto di saper già fare tutto. E’ inutile proporgli corsi di fotografia, falegnameria, cucina, idraulica, disegno e qualunque altra cosa vi possa venire in mente. Vi risponderà che sono tutti inutili e che anzi lui potrebbe dare facilmente lezioni agli altri.
 
L’unico modo per cavarne le gambe, è giocare d’astuzia.

Ed ecco quindi il terzo consiglio: siate subdolamente falsi. Mai come in questo caso il fine giustifica i mezzi.
Basta pensarci un attimo, qual è la principale molla che spinge questo tipo di padre nella propria vita di relazione? Ma è molto semplice, lo spirito di competizione!
Bene, fategli credere che ammirate il padre di un vostro amico o un suo conoscente, meglio se notoriamente cretino, per una qualche abilità che lui non possiede, un’attività che non ha mai nemmeno sentito nominare.
Vedrete che non vorrà essere da meno.
Esempio di discorso falso e subdolo:

– certo maia, hai visto il Pingi come è bravo a fare l’ikebana? E dire che sembrava tanto deficiente, ma evidentemente ci stava solo pigliando per i fondelli. Uno così bravo a fare ikebana non può che essere un genio.
– Il Pingi? Ma che dite, quel cretino? Ma se è un minorato psichico!
– Sarà, ma intanto fa un’ikebana…
– Ma lo so fare anche io l’ikebana! E meglio! Mille volte meglio!
– Scusa papà, ma tu nemmeno sai cos’è…
– Vabbè, qualunque cosa sia, io lo faccio meglio!
– Sarà… (con subdola alzata di sopracciglio e sorriso beffardo)
– Come osate mettere in dubbio…
– Papà, non ti alterare. Quella dell’ikebana è un’arte antica, che richiede anni di studio, applicazione costante e una mente brillante. Il Pingi evidentemente ce l’ha…
– Ma tu guarda queste! Ma sentile…… ora vi faccio vedere io! Datemi l’elenco del telefono!

Quarto consiglio: vedete di trovarvi molto, molto lontano quando vostro padre si renderà conto di aver sborsato un mucchio di soldi per delle costosissime lezioni su come disporre i fiori.

La famiglia rompiglioni 3 – gli esordi

di maia, 25 maggio 2007

Il motto della famiglia rompiglioni è buon sangue non mente.
Ed è proprio vero.
Chiunque nasca con sangue rompiglioni, non può che essere un perfetto rompiglioni.
Inutile sperare che la maledizione salti qualche generazione. Magari nei primi tempi, quando il nuovo rompiglioni è uno scricciolo appena nato o un dolcissimo bimbo dal sorriso seducente, ci si può anche illudere. Ma ben presto ci si deve arrendere alla dura realtà.

Prendiamo me per esempio.

Passai i primi anni di vita suscitando false speranze nei miei genitori.
Troppo piccola per andare all’asilo, mi lasciavano a casa con una sorella di mia madre, giovane e carina, che ci teneva molto alla mia formazione: appena arrivava, mi metteva in mano un giornale ed andava a discutere di non so quali problemi da grandi con un amico in camera dei miei.
Così io passavo lunghe ore nel seggiolone a giocare tranquillamente con un quotidiano, di solito la Nazione, a ridurlo in minuscole striscioline, disporle in composizioni simmetriche (avevo un precoce senso dell’ordine, peccato l’abbia altrettanto precocemente smarrito), per poi mangiarle con gusto.
Al rientro da lavoro, i miei mi ritrovavano nello stessa posizione in cui mi avevano lasciata, con una densa bavetta nero-inchiostro che mi colava dall’angolo della bocca ed un’espressione sazia e soddisfatta, come doveva averla Jorge mentre si mangiava Aristotele.
Mia zia, invece, la trovavano sempre un po’ scarmigliata e ansimante, come se avesse appena finito di correre. Quanto al suo amico, temo non siano mai riusciti ad incontrarlo.
Quando cominciai a rendermi conto che mangiare bistecche al sangue era molto più gustoso di quanto non fosse mangiare giornali, oltretutto di pessima qualità, decisi di utilizzare quei fogli in altro modo. E imparai a leggere. Quando cominciai anche a capire cosa stavo leggendo, decisi che da adulta non avrei mai comprato la Nazione.
Insomma, a tre anni ero il sogno di ogni genitore: silenziosa, tranquilla e letterata.

Fu all’asilo che cominciai a rivelare i primi sintomi.
In quella bolgia di mostriciattoli urlanti non potevo dedicarmi ai miei giochi silenziosi, anche perché le suore pretendevano di farmi socializzare con gli altri bambini. Volevano farmi giocare a tutti i costi al gioco della sedia. Quando, dopo mesi di studio, ne compresi il meccanismo (ero già allora una bimba molto analitica), decisi di buttarmi nella mischia. Così presi a picchiare ferocemente i più piccoli perché mi cedessero spontaneamente il loro posto. In fondo, perché affannarsi, quando potevo starmene comodamente ad aspettare che mi facessero sedere gli altri? Dopo una settimana il gioco fu abolito. Ero la più grossa e riuscivo facilmente a ridurre alla ragione anche i compagni più riottosi. Finiva che tutti rimanevano in piedi a rispettosa distanza, anche dopo che mi ero seduta.

Delle elementari ho ricordi poco significativi, tranne una lezione di educazione sessuale, che merita un capitolo a parte, ed il fatto che il compagno di classe di cui ero perdutamente innamorata faceva il filo alla biondina del primo banco. Da allora decisi di odiarla.
Divenne la mia migliore amica.
E presi una decisione che cambiò la mia vita: se proprio non piacevo al mio amore, allora non valeva la pena di piacere a nessuno! Fu così che intrapresi la carriera di prima della classe.
Nei restanti anni delle elementari ed in quelli delle medie, mi esercitai a fare la secchiona in maniera sempre più rigorosa.
Ogni giorno arrivavo a scuola conoscendo alla perfezione fino a sei capitoli in più rispetto a quelli assegnati. Alzavo sempre la mano, suggerivo ostentatamente quando venivano interrogati gli altri.

Al liceo la mia popolarità subì un’ impennata imprevista. Fra i miei compagni cominciò a girare la canzoncina “viva viva la rompiglione, la più amata delle secchione!”. Ma io non mi lasciai lusingare, conoscevo bene il motivo di tanto improvviso amore. Il compito di latino. Volevano che li aiutassi nelle versioni. E decisi di accontentarli.
Però feci pagar cara la mia condiscendenza. Passavo le versioni, è vero, ma le passavo tradotte in inglese.
Così la mia classe era l’unica in tutto l’istituto in cui, ad ogni compito di latino, gli studenti si presentavano col vocabolario d’inglese…

Ma non pensate male, non ero cattiva, ero solo… rompiglioni.
A parziale giustificazione del mio comportamento, devo dire che in quegli anni si infransero i due più grandi sogni della mia vita: fare la suora missionaria in Amazzonia e la cantante lirica nel resto del mondo. A cancellare il primo ci pensò il mio senso di sdegno verso l’eccessivo lassismo della Chiesa. Voglio dire, trovavo inammissibile che si consentisse ai bimbi di piangere durante le funzioni ed alle vecchine di fare le gare di velocità nel recitare il rosario. E, diciamocelo, tutte quelle gonne corte al ginocchio davanti all’altare…
Il secondo invece sbiadì da sé quando mi resi conto che aver imparato a suonare il piffero alle medie non mi qualificava come esperta musicale e che cantare a squarciagola le arie della regina della notte in una lingua ignota (che certo non era tedesco, visto che di quell’idioma conosco solo la parola “essen”) non faceva di me una cantante.
Quando poi i miei mi proibirono di cantare, pena l’espulsione perenne da casa, qualunque cosa, foss’anche l’inno della fiorentina, dovetti prendere atto del fatto che la voce non è la mia dote migliore.

E l’amore non è che andasse meglio.
La prima vera cotta la provai per il bello della spiaggia.
Era il ragazzo più conteso del paese in cui trascorrevo le vacanze.
Mi trovavo nella inusuale situazione in cui la padronanza del latino e dell’inglese non servivano a niente. In quel campo occorrevano ben altre doti. Delle quali ero totalmente sprovvista.
Con gli esponenti del sesso opposto non sapevo proprio come comportarmi.
Mancandomi quelle armi tattiche, prettamente femminili, che occorrevano per sbaragliare la concorrenza, decisi di invitare la biondina del primo banco perché mi mostrasse come fare. Lei ha sempre riscosso un enorme successo con gli uomini. La ospitai a casa mia. Sin dal primo giorno si mise all’opera e mi fece vedere come dovevo comportarmi con lui. Non ebbi il minimo dubbio sulla bontà dell’idea, finché non li vidi avvinghiati sulla spiaggia con tre metri di lingua in bocca.
Mi spezzarono il cuore.
Decisi di vendicarmi.
Feci loro da testimone di nozze.
(continua…)

Pagina successiva »