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innocenti evasioni

di maia, 17 aprile 2007

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Se stasera sono qui e vi posso parlare, è perché sono evasa dall’archivio.
L’archivio del mio ufficio intendo.
Lo studio in cui lavoro è infatti una palazzina di tre piani divisa in piccoli ambienti carini, ordinati, con scaffalature che prendono tutta la parete, dal pavimento al soffitto, altissimo.
I raccoglitori colorati che le riempiono, formano gradevolissimi accostamenti cromatici: una parete è tutta blu, una tutta celeste, una viola, una rossa e così via, fino a ricoprire l’intero iride.
Quando si guarda una qualsiasi stanza del mio ufficio, non si può non essere assaliti da un senso di allegra efficienza (sempre che ci si stia pochi minuti, ché altrimenti… vabbè, questa è un’altra storia).

Dicevo. L’ufficio è proprio carino. Dal piano terra in su.
Nel sottosuolo c’è l’archivio.
Si chiama archivio, lì da noi, un insieme di stanzette, basse, umide e buie, piene di ragnatele, muffe variopinte, animaletti che divorano la carta e chissà cos’altro. Una volta una collega ci ha trovato anche un gatto. Il che fa presumere che ci fosse anche qualche topo da inseguire…
Nessuna di noi ha voglia di indagare. Quando ci sono documenti vecchi da recuperare, facciamo la conta per stabilire chi sarà la sfortunata a dover scendere.
Io finora me l’ero cavata, sono bravissima a barare nelle conte. Ma questa volta una collega più sveglia delle altre ha voluto a tutti i costi contare lei. E mi ha fregata.
Ho provato a piagnucolare un po’, adducendo scuse varie (soffro di allergia alla polvere, al buio, al chiuso, alle scale) ma non è servito a niente… Così mi è toccato scendere.

Trovare l’interruttore è stata impresa ardua. Prima di individuarlo, ho carezzato roba viscida ed umidiccia, della quale non ho voluto appurare la natura.
Finalmente la luce!
Mi guardo intorno e vedo roba ammucchiata in ogni angolo, così malridotta dall’umidità e dall’incuria (e vagamente odorante di urina di gatto), da essere ormai quasi irriconoscibile. Traccheggio alquanto prima di avvicinarmici; pur di non toccarla, fingo di interessarmi alle pareti, dalle quali mi tengo comunque alla larga, osservo le belle geometrie delle ragnatele più grosse, fischietto…

Ho fame. Per forza, è l’ora di pranzo! Sento le colleghe che si preparano a tornare a casa (avete presente quell’infernale rumore di sedie strusciate che si ha in una classe scolastica all’ora della ricreazione? Ecco, qualcosa di molto simile, nonostante in ufficio abbiamo le poltroncine con le rotelline). Mi dico che è ora di tornare su, profondamente dispiaciuta per non essere riuscita nemmeno ad iniziare la ricerca, e mi dirigo verso la porticina in cima alle scale. Ma è chiusa!
Si è richiusa!
Ehi, sono qui! Non ve ne andate, sono chiusa qui dentro!
Ehi! Ehi? C’è nessuno? Già andate via?
C’è nessunoooooooooooooooooooo!

No, non c’è più nessuno.
Bene, basta rimanere calmi.
E si trova la soluzione.
Ci deve essere per forza una soluzione!
Dio, ho fame…

Va bene, calma…
Dunque, le pareti sono spesse e non mi sente nessuno.
La porta è pesante e di sfondarla non se ne parla proprio. Arnesi per forzare la serratura non ce ne sono…
Senti lì lo stomaco…

Ok, è tutto a posto, va tutto bene, ora succede qualcosa che mi restituirà la libertà. E’ sicuro. Basta che mi sieda su questi scalini e qualcosa succede. Dio cos’è questo rumore? Ah, è ancora il mio stomaco…
Ma quanto ci mettono a tornare?
E io che faccio?
Allora, posso contare i ragni. Uno, due… no quella è una mosca intrappolata.
Dunque uno…
Uff, non si respira.
Ed ho fame!
Guarda com’è grassa quella mosca! Certo che è proprio bella grossa. Chissà quanta ciccia c’ha.
Garrisca al vento il labaro viola…
Chissà che sapore ha una mosca?

Rumori?
Sì, rumori!
Ehi?
Ehi!
Ehi, sono qui!
Sono qui, mi sentiteeeeeeeee?
Niente…
Mah, ora che rientrano le colleghe del mio piano, si accorgeranno della mia assenza. Cavolo, almeno le mie compagne di stanza!
Dunque, che ore sono?
Le cinque?
Ma non si accorge nessuno che non ci sono?
Ehi, dico, che fate, ve ne andate?
Ehi! Cos’è questo rumore?
Magari è un altro topo. Vieni bellino, vieni dalla mamma, che ti faccio vedere dov’è finito il tuo fratellino…
Ma… ma è un gatto!
Micio?
Micio!
Micio, vieni qui, cribbio, non lo senti che ti sto chiamando?
Che fai, hai paura?
Ma non devi, sono buona, non si vede?
Fermo!
Dove vai?
Torna qui, guarda che ti piglio, non ti infilare in quel buco, che non ci passo, aspetta!
Acc, sono rimasta incastrata…
Almeno si respira.
E vedo, vedo delle luci.
Che sono? Stelle?
Ma che ore sono?
Dio, un piccolo sforzo…

E così sono riuscita ad evadere. Sono tutta sgraffiata, ammaccata, sporca, con un terribile sapore di topo in bocca e con una nuova consapevolezza: le mosche non son buone da mangiare.
Ma sono fuori! Grazie a un gatto, il migliore amico dell’uomo.
Qualche volta.

la famiglia rompiglioni – la cugina che venne dal freddo (e dalle zanzare)

di maia, 14 aprile 2007


Grande fermento oggi in casa rompiglioni.
E’ annunciata, infatti, la visita della cugina nordica, accompagnata dal marito.

In ogni famiglia rompiglioni c’è un numero non ben definito di cugine e cugini che vivono sparpagliati per tutto il globo, molti dei quali non si sono nemmeno mai visti fra loro.
Purtroppo però, questa cugina è ben presente a tutto il gruppo familiare.

La cugina che viene dal nord è una cugina molto particolare.
Nonostante applichi la prima regola di vita delle zie rompiglioni, ovvero l’incoerenza, loro non la possono soffrire.
Non riescono a dimenticare che, figlia di meridionale emigrato al nord, è stata per lunghi anni un’attivista leghista.
Tutto avrebbero potuto perdonarle, tranne questo!
Ed infatti non la perdonano, anche se nel frattempo lei si è fatta tutto l’arco costituzionale. Fatta nel senso che ha cambiato partito per cui votare e militanza cui immolarsi, anima e corpo. Perché la cugina che viene dal freddo, come da luogo comune, è un ghiacciolo nei confronti delle cose della carne e guarda con sdegno chi vi si lascia andare con trasporto.
Ciononostante, ella ha marito. Un omaccione grosso e bonario, come solo nelle favole. Un uomo d’altri tempi, solido contadino con il suo bell’appezzamento di terra, fertile (la terra, lui non so), amante della vita bucolica. E con una pazienza fuori dal comune, visto chi ha sposato…

Dunque le zie proprio non la sopportano e, per punirla, la invitano sovente a casa loro.

I preparativi sono stati, al solito, alquanto impegnativi.
Tutte e tre le case che saranno toccate dalla discesa, sono state rivoltate, pulite da cima a fondo, con gran dispendio di energie e di detergenti.

La mamma rompiglioni, presa dalla solita ansia da prestazione, ha addirittura sbriciolato le tendine della cucina, cercando di lavarle a 200°.

Ma tanto è tutta pena inutile.
Al suo arrivo, la valch… ehm, la cugina troverà pavimenti tirati a specchio, finestre trasparenti e mobili lucidi… eppure avrà modo di far notare, il sopracciglio inarcato in un moto di disgusto, la righina di sporco rimasto incastrato fra due mattonelle della cantina o guarderà con sdegno il dispettoso batuffolo di polline che nel frattempo sarà entrato dalla finestra…
La madre rompiglioni sarà soggetta al tiro incrociato di cognate e nipote e ne uscirà, come al solito, con una crisi di nervi.
Le zie fingeranno indifferenza ma ammireranno in segreto l’abilità della nipote nello scorgere le pecche della cognata (maldestra, come tutte le cognate, del resto).
Si lanceranno fra loro sguardi d’intesa, come a dirsi: "visto? ha anche lei le stimmate dei Rompiglioni. In fondo il sangue non è acqua!"

E’ per questo che trovo incomprensibile il motivo per cui non l’accolgono fra le predilette. Sono così simili in tutto!
Per un peccato di gioventù? Insomma in quanto a politica si perdona di tutto a tutti!

A meno che… a meno che il vero peccato originale sia stato sposarsi… E senza la loro approvazione!

la famiglia rompiglioni-presentazione

di maia, 31 marzo 2007

Me lo diceva sempre mia nonna. E’ fondamentale avere una famiglia solida alle spalle, che ti protegga, ti consoli, ti consigli.

Mi sono accorta che aveva ragione un paio di anni fa, quando il fratello di mia mamma chiamò nel cuore della notte, disperato. La moglie lo aveva cacciato di casa a zoccolate in testa. Aveva scoperto l’ennesima scappatella.
Non era un litigio come gli altri. Stavolta lo zio era rimasto veramente colpito: negli anni la zia aveva imparato a prendere la mira.
Così ci trovammo il grande playboy per qualche giorno in casa.
La prima notte nessuno chiuse occhio tranne lui. Mia madre era disperata per la sconsideratezza del fratello, mio padre era esasperato per le scenate di mia madre, io e le mie sorelle avevamo le camere troppo vicine a quella in cui mio zio russava come una locomotiva.
La mattina dopo si svegliò verso l’una, quando tutto era già pronto per il pranzo.
“Ma pranziamo tutti insieme?” chiese allibito, alla vista della tavola apparecchiata per sei. Si sedette a capotavola, fresco e riposato come una rosa, mentre noi avevamo borse ed occhiaie terrificanti per la notte in bianco…
Versammo il cibo nei piatti, ma ci sentivamo a disagio: lo zio, invece di mangiare, ci fissava a bocca aperta, mentre un lacrimone gli solcava il viso. Mia madre subito angosciata: “Che c’è, sei triste perché ti manca lei? Chiamala subito e chiedile scusa!”.
“No, piango perché a casa mia non abbiamo mai mangiato tutti assieme, mai in questa atmosfera così intima, così serena, così… così felice! Non sapete quanto vi invidio…” E giù singhiozzi…
Noi ci guardammo commossi. E perplessi.

Il problema di mio zio è che lui non ha mai avuto una famiglia rompiglioni. E solo persone che non ne fanno parte possono invidiarle. A vederle dall’esterno, paiono infatti isole di serenità domestica, da fare invidia alla pubblicità del mulino bianco.
Dall’interno, invece, sono tutta un’altra cosa.

Proverò a descriverle.

Le famiglie rompiglioni sono generalmente composte da padre rompiglione, dall’abbraccio e dalle parole dolci come carta vetrata, da una mamma rompiglioni ansiosa e costantemente sull’orlo di una crisi di nervi, da un numero variabile di fratelli e/o sorelle rompiglioni e, ma non sempre, da uno o più nonni rompiglioni.
Il pezzo forte del gruppo sono però le terribili zie-zitelle. Vagano sempre in numero dispari, in modo da formare in ogni discussione una maggioranza e una minoranza (è infatti impossibile che siano d’accordo tutte insieme). E il pareggio non è previsto.
Questo accorgimento fa in modo che le discussioni siano sempre animatissime, senza esclusioni di colpi e senza fine.
A casa mia, per esempio, ne va ancora avanti una del ’98. Ottima annata.

Le zie-zitelle sono particolarissime perché hanno un’opinione su ogni cosa, specialmente sulle cose che ignorano.
Zitelle settantenni, posseggono la ricetta infallibile per trovare il marito giusto.
Non hanno la patente, ma quando sono in macchina danno continue istruzioni su come si guida.
Non hanno mai fatto un viaggio in vita loro, ma conoscono le paesi e città meglio di chiunque altro.
Amano le contraddizioni in termini.
Sono molto religiose, vanno in chiesa tutti i giorni, ma fanno tragedie per un po’ di sale caduto, per uno specchio rotto o per un commensale vestito di marrone al cenone di capodanno.

Sono inoltre dotate di teorie tutte loro, veramente strabilianti.
Le mie zie rompiglioni, per esempio, in tema di uomini sono molto perentorie. Per combinare un bel matrimonio d’amore, devi trovare uno di cui non sei innamorata. E devi pescarlo tassativamente in una delle cinque categorie magiche: avvocato, architetto, professore, notaio o…
Accidenti, la quinta non riesco a ricordarla mai!
Per inculcarti i loro insegnamenti, usano ripeterteli fino all’esaurimento, fino a che, stremato, chiedi pietà e ti dichiari convinto.

Fu così che a sedici anni, dopo due mesi completamente alla loro mercé, mi misi con un elettrauto. Che non mi piaceva, così, giusto per far dispetto…

Però nonna aveva ragione.
Senza di loro, la vita sarebbe un’altra cosa…

sui massimi sistemi: amicizia

di maia, 28 marzo 2007

– CIAO, COME STAI?                                    

– Ciao! Sto bene grazie, e tu? Ma guarda te, quanto tempo!

– EH SI, E’ PASSATO QUALCHE MESE… ALLORA, COME STAI?

– Bene, benissimo. Cioè mi son lasciata da poco, ho perso il lavoro, e anche di salute non è che… però va tutto bene. Ma lo sai che son felicissima di sentirti? Ci eravamo proprio perse di vista. A volte basta poco, basta avere qualche pensiero in più e la telefonata che volevi fare la rimandi al giorno dopo e poi a quello dopo ancora e poi a quello dopo ancora… finché passa un sacco di tempo e si perdono i contatti, senza un vero motivo. Ma dimmi, tu come stai? E tua mamma? E il tuo ragazzo? E il lavoro?

– EH, BENE ANCHE IO.
SENTI, TE LA RICORDI LA FRANCESCA?

– Ehm… ma chi, la tua amica?

– SI, LO SAI VERO CHE SI SPOSA?

– No, non lo sapevo…

– EH, SI SPOSA LA SETTIMANA PROSSIMA.

– Che bello!

– BENE, PENSAVO, CI STARESTI  A FARLE IL REGALO INSIEME?

– Ehm, veramente non mi ha invitata…

– AH, BEH.
SENTI… ALLORA E’ STATO BELLO RISENTIRSI.
MAGARI PRIMA O POI CI SI RIVEDE, EH?

finalmente si apre!

di maia, 20 marzo 2007

per la gioia di tutti i curiosi che si stavano macerando nell’attesa,

FINALMENTE SI APRE!

siete tutti invitati all’inaugurazione
ed il primo giro lo offro io (tanto là dentro sono mascherata, mica mi riconoscete…)

breve interruzione pubblicitaria

di maia, 2 marzo 2007


prossimamente sui migliori schermi:

non perdetelo!

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