Perché non l’hanno chiesto ad Evans?

di maia, 2 marzo 2010

Scusate, in questi giorni sto scrivendo effettivamente troppo, ma quando ho letto una nota di rael a un post sul blog del giallo mondadori proprio non ho potuto trattenermi.

Il pezzo è molto significativo. Spiega perfettamente come vanno le cose da noi, da un po’ di tempo a questa parte. Tempi in cui nelle posizioni di vertice in qualunque manifestazione/organizzazione/centro di produzione culturale non ci si mettono specialisti del settore, no,  ma nomi spendibili fra il grande pubblico.

Si mette a capo dei gialli mondadori (sempre che la notizia sia vera, che io non ci voglio credere) uno che confessa candidamente di non leggere gialli. Tranne quelli di Simenon e Stout. Ci mancava citasse Conan Doyle e la Christie e il poker era completo. Tutti autori che adoro, sia chiaro, ma limitarsi a conoscere loro ed essere messo a dirigere la collana di gialli più possente d’Italia è un po’ come se io fossi nominata direttrice di Cucina Moderna perché so fare divinamente il tiramisù. In pratica il nuovo direttore dei gialli Mondadori  della giallistica contemporanea non ne sa niente. Di quella italiana meno ancora. Meravigliosa la frase: ho accettato per più motivi. Innanzitutto, per fare una attenta escursione nella letteratura gialla attuale, conoscere gli autori italiani di libri gialli nel convincimento che fra loro c’è sicuramente qualche “campione”. Ah sì? E’ così che funziona? Cioè, prima si accetta la nomina a capo della sezione gialla di una delle più grandi case editrici e poi ci si informa sugli scrittori che circolano, da decenni, invisibili agli occhi del neodirettore, ma ben presenti ai tanti lettori, prevalentemente giovani e giovanissimi, al contrario di quanto lui pensa.

Egli, il preclaro direttore, pensa, infatti, che la sua mission (iniziamo anche noi, poveri sinistroidi piagnoni a parlare un po’ come si deve, eccheccazzo!) possa consistere nel: portare alla lettura dei gialli Mondadori   quel pubblico più giovane, diciamo dai 40 anni in giù, che forse ha sempre avuto per anagrafe scarso rapporto con questo tipo di libri e che non ha trovato in televisione o nel cinema uno stimolo a questa particolare letteratura, senza sapere che negli ultimi anni sono proprio questi, i “ggiovani” i lettori forti del genere. Se si escludono gli appassionati di Camilleri.

Ecco, forse il problema del nuovo direttore dei Gialli Mondadori è proprio questo. Credere che la giallistica post-Simenon in Italia sia solo Camilleri.

Niente Macchiavelli e i suoi innumerevoli figliocci, niente apertura di un nuovo genere, niente Dazieri (edito Mondadori!), niente Perdisa Pop, per citare solo una delle fucine più attive per le nuove leve (gialliste o meno) di narratori italiani.

Ciliegina sulla torta, il finale del pezzo. Merita di essere riportato per intero: personalmente sono convinto che il telespettatore piuttosto che il lettore (di libro o di giornale) gradirebbe intervenire, esprimere una propria opinione, suggerire un passaggio della trama e non solo banalmente il nome dell’assassino.

Cioè, i gialli della collana Mondadori seguiranno i suggerimenti degli “utenti”? Magari con un bel televoto? Che si fa, “Amici dei Gialli Mondadori”?

Ma si può?

In Italia sì.

In Italia si può nominare direttore dei Gialli Mondadori nientemeno che Maurizio Costanzo.

O almeno così pare, che l’unica conferma che ho trovato alla notizia è sul Corriere della Sera.

Quindi ho ancora qualche speranza che si tratti solo di una terribile bufala.

Prossimamente, nei peggiori bar di Caracas

di maia, 1 marzo 2010

Finalmente.
Dopo chili di suole consumate1, litri di unghie mordicchiate2 nell’attesa, spasmodica, snervante, il momento è arrivato.
E ci si accorge subito che ci siamo.
Basta affacciarsi un attimo alla finestra, girarsi attorno, basta leggere gli innumerevoli lanci su internet, basta aprire un blog a caso. Da Trieste in giù, è tutto un risuonare di evviva, un riecheggiare di urrà. E’ tutto un vibrare di ansia eccitata. E nell’aria, l’inconfondibile, penetrante odore della gioia, mista a incontinenza.
No, non sto parlando della nuova serie di Boris (dopo l’orribile finale della seconda serie, mi ero ripromessa di non scriverne mai più. Dico, ma si può vedere un finale del genere? Così tirato via, così rabberciato? Niente, mi son sentita tradita e presa in giro, come una donna lungamente corteggiata che finalmente si concede all’uomo tentatore e quando, dopo bruciante attesa, finalmente, gli si mostra, bella, calda e nuda sul letto di lenzuola di raso, lui si gira e dice “no, grazie, oggi non ho voglia”. Ma si fa così?), in onda stasera, da qualche parte sul satellite (col cavolo che gli faccio pubblicità. Vergogna, traditore di un Biascica! Ridurti a omuncolo, dopo essere stato il grande, cinico fanfarone che mi aveva stregato…).
No, parlavo dell’Evento dell’anno, del Grande, dell’Unico, dello Spettacolo Con La Esse Maiuscola.
Signore e signori, finalmente potrete assistere a Hello Kitty, lo Show! In tutti i migliori teatri d’Italia. E anche nei peggiori. E anche nei medi. E’ praticamente ovunque!
C’è davvero, non scherzo.

(E comunque se René non ri ripiglia, io Boris non lo guardo più. Giuro!)

  1. o come si misurano le suole consumate []
  2. e le unghie mordicchiate? []

Femminile, singolare: simmetrie

di maia, 1 marzo 2010

Lei: caro, mi guardi se mi sono truccata uniformemente il volto?
Lui: amore… a me sembra che tu non abbia niente in faccia.
Lei (seccata): sì, ma è un niente uniforme?

Femminile, singolare: assoluti

di maia, 24 febbraio 2010

Lui: ma diobonino, duecentocinquanta euro per una borsa?!?
Lei: amore, te proprio non ci arrivi. Per noi donne una borsa è più di un oggetto. E’ una metafora. Un’allegoria del nostro modo di essere, della nostra generosità, della nostra accoglienza. E’ simulacro del grembo materno, è parte essenziale del nostro essere “la-metà-del-cielo-che-dona”, che accoglie, che genera la vita. Toglici la borsa, ed è come toglierci un pezzetto dell’anima. Se poi chiedi “perché proprio questa?” vuol dire che ancora non hai capito. Appena l’ho vista, l’ho riconosciuta. E’ lei il mio pezzo mancante. E’ lei che dovevo avere. Una donna la borsa non se la sceglie. Una donna la borsa “la sente!”
Lui: toh, guarda, la Cesira ce l’ha uguale!
Lei: dio, forse sono in tempo a cambiarla.

Femminile, singolare. Numeri

di maia, 22 febbraio 2010

Lei: allora prendo queste.
commessa: benissimo. Che taglia?
Lei: quinta, grazie.
commessa: quinta? Ma è sicura? Guardi che una quinta è una XL… è un collant  per persone alte almeno un metro e settanta…
Lei: embè? Io sono alta un metro e settantacinque!
Commessa: Ma se io sono un metro e sessanta e lei è più bassa di me!
Lei: sì, però oggi non porto i tacchi.

Cipolle – ovvero: Il linguaggio dell’amore

di maia, 19 febbraio 2010

Dita_Von_TeeseRegola numero uno in amore: non ti fidare di ciò che ti vien detto. Mai.
Non si può prender per buono quello che ti dice il partner. Ogni frase, ogni parola va filtrata e analizzata per comprenderne il vero significato.
Ora, non è che ogni conversazione abbisogni di uno studio approfondito, eh. Che altrimenti non ne usciremmo.
Dipende dalle situazioni, dal grado di intimità (leggi: durata del rapporto) della coppia e da chi è a parlare.
Se il partner è donna, infatti, la verità si nasconderà sotto qualche strato di non detto e di “se mi ami lo devi capire da solo”. Ma all’uomo, si sa, nonostante quello che va ripetendo alla sua (dilui) legittima compagna, non è vero affatto che gli piace il disvelamento lento, lo spogliare capo a capo, nemmeno quando si tratta del corpo di una donna. Il maschio soffre di problemi di attenzione. Se lei, la donna, di veli ne porta troppi, addosso, lui dopo un poco si stufa, smette di svelare e accende la tv12.

Se a parlare, invece, è l’uomo, il lavoro di scavo è molto meno intenso. Lui si stufa presto, ricordate?
In più i significati nascosti tendono ad essere sempre gli stessi e a presentarsi in modo schematico.
Questo lo porta a interpretare le parole della compagna con la stessa ripetitività e schematicità.
Un esempio: – caro, ho freddo!
nella sua mente diverrà – caro: ho voglia di fare sesso selvaggio.
Oppure: – caro, cosa diamine hai combinato al letto, hai aggrovigliato tutte le lenzuola. Non ci riesco a dormire in un letto così! Allora preferisco dormire per terra!
nella sua mente sentirà: – caro, ho voglia di fare sesso selvaggio. Sul pavimento!
E viceversa.
Quando un uomo ti dice: – amore, adoooro come maneggi il css, sei bravissima ad usarlo, stai sicura che si sta pensando a qualche cos’altro.
Potrei andare avanti a lungo, gli esempi sono infiniti.
E purtroppo ben noti a tutte noi.
Che però quando ci troviamo di fronte al nostro uomo, ci dimentichiamo di tutta la teoria e ci caschiamo ogni volta.
Il mio fidanzato, per dire, quando mi dice: – dai, vieni a Cuneo, che è bellissimo, è caldissimo, è quasi primavera! io lo dovrei capire che in realtà lassù sta nevicando come dio la manda e che se proprio ci devo andare, dovrei mettermi in moon boot e piumino. E invece no, al solito arrivo ogni volta lassù, armi e bagagli. E i bagagli son pieni di microbikini e tanga brasiliani.

  1. basta una semplice prova pratica. Potete farla anche comodamente a casa vostra. Provate a vestirvi da cipolla di montagna, con tuta da neve e vari maglioncini uno sull’altro. Mettete rai1 e iniziate a spogliarvi al suono della musichina sexy che esce dalla tv. Disvelatevi piaaano, lentamente e sensualmente. Bene. Adesso osservate se il vostro lui sta guardando il vostro spogliarello o se per caso sta sbavando sul monitor della tv in cui la Von Teese si sta strusciando addosso un’oliva gigante! []
  2. chiaramente la differenza di appetibilità sessuale fra voi e la Von Teese sta nel fatto che lei, la Von Teese parte già seminuda e voi siate ancora con tre magliette, due collant di lana e la canotta della salute []

Scrittori

di maia, 2 febbraio 2010

Ora, non è che sento sempre le voci.
A volte le voci le uso. In delle vere e proprie discussioni, argomentate e tutto.
Non c’è nulla di male a chiacchierare con un interlocutore immaginario.
Non dirmi che tu non lo fai mai.
E’ una tecnica di sopravvivenza.
Come quando si imbastiscono dei discorsi lunghissimi sul nulla per confondere le idee all’altro, con la speranza che quello, l’altro, leggendo, si dimentichi di che cosa si stava parlando.
Che poi questa tecnica, c’è gente che ci vive. Come questo gruppo di scrittori, tutti famosi, tutti amici fra di loro. Che mica ho mai capito come funziona, se diventano prima amici e poi scrittori famosi, tutti assieme, o se prima diventano scrittori, tutti famosi, e poi, siccome son tutti scrittori famosi, diventano amici fra di loro. Io li ho conosciuti, un giorno che ero ospite a pranzo da uno scrittore famoso, uno che fa parte di questo gruppo di scrittori famosi, tutti amici fra di loro. Che siccome son tutti amici fra di loro, a questo pranzo c’erano proprio tutti, questi scrittori famosi, che parlavano di scrittura con quel loro modo di raccontare che hanno, anche nei romanzi, pacato, piano, pieno di virgole, che sembra di vederle anche mentre parlano, tutte quelle virgole, sospese nell’aria, e con quel loro modo di saltabeccare da un argomento all’altro, che mi ricordano i passerotti sul terrazzo di casa, quando scuoto la tovaglia e qualche briciola non cade proprio giù, rimane in bilico sulla grondaia, e i passerotti lì a beccarle saltando dall’una all’altra, e poi arriva un colpo di vento improvviso e quelle cadono sui panni appena stesi dalla signora di sotto, che poi alle riunioni di condominio lo senti come urla! Che poi questi scrittori, dicevo, aprono delle parentesi lunghissime, e parentesi nelle parentesi, e parentesi nelle parentesi nelle parentesi, come infinite matriosche di parole, che poi quando apri una parentesi ne trovi sempre un’altra dentro, sempre più piccola e un po’ ti spiazza, ma vai avanti a seguire le parentesi, che prima o poi arriveranno al punto che si chiuderanno, ti dici, una dopo l’altra si chiuderanno e si arriverà al nocciolo della questione, ma al punto non ci arrivano mai e così, a differenza delle matriosche vere, arrivi al centro e non c’è niente, niente di solido intendo, niente di ricollegabile al discorso di partenza. Che poi, tanto, a quel punto mica te lo ricordi più il discorso di partenza. Le parentesi son come delle matriosche vuote. Che poi son così lunghe le parentesi, dicevo, che questi scrittori a volte nemmeno ce la fanno a chiuderle. O a volte, quando si impuntano, insistono e proprio si vede che hanno voglia di chiuderle, le parentesi, queste parentesi son diventate così lunghe, che poi gli tocca tagliarle a mezzo con un punto, o persino un punto esclamativo, a volte, quando il discorso lo richiede e proprio non se ne può fare a meno. E allora poi quando il discorso lo richiede e loro son proprio costretti a mettercelo, il punto, o il punto esclamativo, poi la parentesi gli tocca chiuderla nella frase successiva.
Pensa te.
Stavamo dicendo?

Pagina 8 di 33« Prima...678910...2030...Ultima »