il gioco delle coppie

di maia, 1 maggio 2007

raccolgo volentieri l’invito di antonio e partecipo al gioco delle coppie con i candidati alle prossime elezioni amministrative di Palermo.
Quelle che seguiranno saranno solo alcune delle possibili combinazioni, il numero di manifesti elettorali è talmente esorbitante che il gioco potrebbe non finire mai.

Si comincia dalle coppie di fatto come:

mentre mi fa respirare aria di casa l’accoppiata

decisamente più scabrosa la coppia

mentre molto romantica risulta la sequenza
di fa  alla del che però ha altri pensieri: il sta attaccando i suoi . Il allora entra in 

con i suoi  soldati, armati di , escono ma, , il nemico. Il viene  ma nell’  s’è fatto una   sugli abiti. Alla  fa un po’  e rifiuta l’ .
cerca di spararsi un nella . , rimane non  ma pur !

Molto più prosaici i classici vocabolari

 

 

nonché l’utilissimo

falsi amici 2

di maia, 28 aprile 2007

– Dio, che fai, piangi?

– No, nono, non piango. Cioè, ecco, solo un pochettino…

– Ancora? Ma santo cielo… devi smetterla!
Ascolta, lui era sposato, lo sapevi sin dall’inizio come sarebbe finita, mica avrai pensato sul serio che lasciasse la moglie!

– Sì, ero preparata a tutto questo. Però ora che è successo… E poi, dopo che ha detto quel “TI AMO”… era così convincente… io gli ho creduto! E ora a pensarlo lì, che magari si sta divertendo con la moglie… Mi concedi almeno di starci un poco male?

– Un poco si, è naturale, ma ora, santo cielo, esageri!
In fondo son già passate quasi ventiquattro ore!
Senti, se sapevo che effetto ti fanno i film d’amore, mica ti ci portavo al cinema.

silenzio

di maia, 27 aprile 2007


M. L. Rostropovich si può considerarlo uno dei più grandi. si può considerarlo uno dei tanti.
si può considerarlo speciale. si può considerarlo furbetto.

ma per un giorno, silenzio.

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le vie del signore…

di maia, 24 aprile 2007


sono venuti a me in tanti modi.

son venuti cercando "dottore+infermiera+visita sexy"

son venuti cercando "giochi dove donne fanno ciò che vuoi tu"

son venuti cercando "i rimedi della nonna+ceretta"

son venuti cercando "tavola per posizioni clarinetto" (???)

son venuti cercando "come si calcola l’imponibile" (povero/a caro/a, mi dispiace per te, evidentemente stai cercando di compilare il modello 730. ti compatisco. ma pensa a me che lo faccio di lavoro!)

son passati a trovarmi più volte da un liceo scientifico veneto cercando "superficie" (mi spiace cari ragazzi/e, qui non tengo lezioni né di matematica né di fisica, credo ve ne siate accorti. comunque ammiro il vostro amore per la cultura che continua a portarvi qui. siete sempre benvenuti!)

quello che mi sconvolge non son tanto le chiavi di ricerca in sé. dopo aver scoperto che si arriva a me anche cercando "neri che goduria" (e con google italia compaio addirittura al primo posto!), più nulla mi stupisce in questo senso.

quello che realmente mi turba è che siano arrivati a me cercando "VUOI IL MIO FONDOSCHIENA" e che lo abbiano fatto dalla "I.R.F. PADRE CLEMENTE O.N.L.U.S."!

caro/a utente della I.R.F., lo so che stavi sicuramente facendo una ricerca scientifica per una dotta relazione sul peccato di sodomia. ma farlo a così tarda ora non ti sembra fuori luogo? fa male agli occhi stare troppo davanti al pc, si può diventare ciechi!

ps puzza nelle orecchie? qualcuno ha davvero cercato PUZZA NELLE ORECCHIE???

testimonial

di maia, 22 aprile 2007

ricevo e volentieri pubblico un comunicato stampa del Maggio Musicale Fiorentino.

“Il Festival più antico d’Italia lancia una nuova campagna pubblicitaria per un nuovo pubblico. E in Teatro, foyer con merchandising firmato, rete wireless gratuita e maxischermo.

Istruzioni per l’inaugurazione.
(istruzioni per l’inaugurazione? Cioè un bugiardino dell’evento? Ma ci saranno indicati anche posologia ed effetti collaterali?)

Firenze – Nuovi volti per un nuovo pubblico: sono MARIA GRAZIA CUCINOTTA, PIERO CHIAMBRETTI e PHILIPPE DAVERIO i testimonial della campagna pubblicitaria ideata per il Maggio Musicale Fiorentino, personaggi che non fanno parte del mondo abituale della musica classica ma del pubblico, per parlare, attraverso la rivisitazione di slogan famosi di grandi marche, ai nuovi potenziali spettatori. (…) Presso il bookshop, oltre a libri e dischi, si potranno acquistare souvenir personalizzati “Maggio Musicale Fiorentino” come i quaderni Moleskine, t-shirt Robe di Kappa, sculture a tiratura limitata di Marco Lodola. (…) I ritardatari potranno d’ora in poi consolarsi con il maxischermo Sony collocato nella caffetteria, e seguire in tempo reale ciò che accade in palcoscenico.”

Ora, con tutto l’affetto per l’istituzione, qualche perplessità è d’obbligo.

Va bene il collegamento wireless gratuito nel foyer, utilissimo. Chi è che non si porta un notebook a teatro e che soprattutto non sente l’impellente esigenza di controllare gli accessi al proprio blog durante l’intervallo?

Va bene il merchandising spinto, da qualche parte i soldi li devono pur prendere. Va bene il maxischermo, rigorosamente Sony, per i ritardatari, che ora potranno gustarsi lo spettacolo comodamente sistemati in piedi in caffetteria, magari mentre bevono un gustosissimo caffè kimbo ed un amaro Lucano.

Vanno bene anche i testimonial. In fondo la pubblicità è l’anima del commercio ed è logico aspettarsi che appena uno, fosse pure una persona cui non frega niente di musica classica, vede lo spot del Festival fatto da personaggi famosi, si precipiti ad acquistarne i biglietti.

Va bene che uno dei testimonial suddetti sia Philippe Daverio, uomo di cultura che di arte parla come pochi (e se non ci avesse messo gli occhi sopra mia sorella, sinceramente un pensierino ce lo farei io…).

Posso capire, dopo primo un attimo di smarrimento, del perché un altro testimonial sia Chiambretti. La sua presenza vuol sicuramente essere un omaggio (arguto, devo dire) ad uno dei personaggi de “L’oro del Reno“, in cartellone quest’anno.

Ma la Cucinotta… beh, la scelta della Cucinotta mi lasciava molto perplessa.

Fino a quando non l’ho vista in questa foto d’epoca, in cui interpretava una struggente Violetta.


una modesta proposta

di maia, 19 aprile 2007

L’altra sera stavo discutendo con un amico su come salvare i reality show.
Argomento di assoluta rilevanza sociale, visto la capacità che hanno questi programmi di assorbire l’attenzione dei cretini, rendendo tutti più felici: chi li guarda e ne trae diretto diletto e chi non li guarda, ma è libero per una-due serate a settimana da compagnie moleste.
Attenzione, non sto dicendo che tutti quelli che guardano i reality siano cretini, semplicemente è vero che tutti i cretini li guardano. Magari qualcuno lo nega, ma nel chiuso della cameretta…
Dunque, io ed il mio amico discorrevamo preoccupati sul declino di un genere tv così importante ed abbiamo provato a tirar fuori delle strategie risolutive.
Una mi pare particolarmente interessante.

Abbiamo notato che quello del reality non è l’unico genere che sta perdendo pubblico. In campo editoriale, per esempio, i gialli classici, quelli alla vecchia maniera, ormai son stati largamente soppiantati dalle storie di serial killer e dai polizieschi, più duri e sanguinolenti.
In fondo, mal comune, mezzo gaudio (o era una mano lava l’altra?).
Perché non realizzare per una volta il vero delitto nella stanza chiusa? Anzi, nella casa chiusa!

Allora, si introducono sei concorrenti che per i primi tre giorni fanno quello che fanno di solito i concorrenti di reality, litigare, mangiare, baciare, lettere e testamento. Soprattutto testamento.
Una volta inseriti gli ingredienti principali, si provvede ad ammazzarli. “Ma ammazzarli sul serio?” si chiederà qualcuno. Certo, altrimenti che reality sarebbe?

Ora, qualche riflessione in più occorre per decidere il modo in cui presentare i delitti. Va infatti mostrata la casa in maniera continuativa, secondo per secondo, o è consentito un breve stacco nelle riprese? (l’obiezione che lo stacco sarebbe un espediente truffaldino nei confronti del telespettatore non è recepibile, visto che in tutti i migliori romanzi gialli l’autore bara un pochettino. E poi le regole le facciamo noi!)
Perché a seconda di cosa si sceglie, cambiano anche le possibili cause di morte. Se non c’è stacco, infatti, la morte deve sopraggiungere per qualche causa necessariamente interna (veleno, gas, puzza di piedi?), mentre se lo stacco è consentito, c’è sempre la possibilità che qualcuno (l’assassino?) si sia potuto introdurre, non visto, nell’appartamento, magari previa disabilitazione delle telecamere con tecnologie di ultima generazione, cosa che fra parentesi avvicinerebbe il pubblico giovane.

Una volta messo a fuoco questo problema, ci si potrà dedicare alla parte più facile.
Come scegliere i concorrenti, per esempio?
Nulla di più semplice, vuoi che non si presentino in massa aspiranti cadaveri per far parte di un progetto così innovativo?
Basta prenderne qualcuno e sottoporlo a provini in cui se ne valorizzerà la totale incapacità intellettiva (vera o simulata), in modo da poter poi utilizzare in seguito i simpatici spezzoni in qualche trasmissione corollario (nella buona televisione, come nel maiale, non si butta via niente).
Poi se ne scelgono sei, totalmente a caso. Questo tipo di programma ha, infatti, il vantaggio che i caratteri dei concorrenti non sono fondamentali per la buona riuscita dello spettacolo.

Punto due: come ravvivare uno show una volta che tutti i protagonisti sono morti?
Niente di più stupido, si introduce la figura dell’investigatore!
L’investigatore deve essere qualcuno dalla personalità carismatica, ma dalle capacità logico-deduttive non brillanti, in modo che lo spettatore vi si possa identificare. Caratteristiche imprescindibili sono una dentatura smagliante ed una crisi isterica latente, pronta ad esplodere in caso di inopinati punti morti della sceneggiatura.
E chi meglio di una star tv potrebbe ricoprire questo ruolo?
Ogni settimana si introduce un vip televisivo col compito di indagare. Nulla gli è precluso: se preferisce condurre un’indagine usando la buona vecchia logica, alla holmes, non ha che da tirar fuori i ferri del mestiere (pipa e lente di ingrandimento) ed il gioco è fatto. Se invece preferisce usare i metodi moderni, alla CSI per intendersi, gli verrà fornito il kit del perfetto chirurgo e potrà liberamente aprire e rovistare i cadaveri.
Insomma, tutto sta alle inclinazioni del personaggio che di volta in volta verrà coinvolto. Cosa che renderà il tutto più vario ed imprevedibile.

Nel caso in cui l’investigatore non indovinasse il colpevole, il modo ed il movente, ci si rivolgerebbe al televoto: lo si potrà salvare, facendolo però passare attraverso la pubblica gogna, una gogna reale intendo, con tanto di popolo che gli tira addosso pomodori ed uova, oppure lo si eliminerà.
L’idea originale sarebbe stata quella di eliminarlo in modo fisico. Però mi hanno fatto notare che potrebbero sorgere problemi legali. La tentazione di finire in una di quelle trasmissioni tribunalizie è troppo ghiotta per gli avvocati dei vip, che troverebbero di sicuro qualche cavillo…
Quindi abbiamo pensato ad un’alternativa: il vip non verrebbe eliminato materialmente, ma televisivamente, con divieto assoluto di comparire in tv per trenta anni esatti.
Nel caso in cui l’investigatore indovinasse, si cambierebbero le carte in tavola; qualche codicillo al regolamento fa sempre in tempo a spuntar fuori.

Rimane solo da chiarire che fare dei cadaveri. Nel senso che, si sa, il cadavere dopo tre giorni puzza.
Senza contare il fatto che se un vip con la mania della medicina legale ce li squartasse tutti, l’investigatore successivo come farebbe ad esaminarli?
Per questo abbiamo pensato di ricambiare le vittime una volta a settimana. Rimane da decidere se le nuove debbano assumere l’identità di quelle vecchie, con la conseguente ripetizione dell’omicidio in ogni suo minimo particolare, cosa invero complicata, o se debbano essere nuove di zecca, con il conseguente obbligo di ideare ogni volta un tipo di omicidio diverso. Con il rischio, però, di ritrovarsi prima o poi senza un movente valido in mano…
Questo problema potrebbe essere aggirato con l’indizione di un concorso televisivo, in cui l’autore del miglior movente originale vincerebbe una settimana da concorrente nella casa e la citazione nei titoli di coda.
Ed ecco pronta la ricetta miracolosa.

Certo, mi rendo conto che è molto rivoluzionaria. Come primo investigatore ci servirebbe, pertanto, qualcuno capace di rassicurare gli spettatori, uno dalla faccia tranquillizzante, che introduca nelle case questo prodotto senza traumi.
Avevamo pensato a Pippo Baudo.
Ma ho paura abbia esaurito tutta l’isteria a sanremo…

innocenti evasioni

di maia, 17 aprile 2007

nov28_09.jpg

Se stasera sono qui e vi posso parlare, è perché sono evasa dall’archivio.
L’archivio del mio ufficio intendo.
Lo studio in cui lavoro è infatti una palazzina di tre piani divisa in piccoli ambienti carini, ordinati, con scaffalature che prendono tutta la parete, dal pavimento al soffitto, altissimo.
I raccoglitori colorati che le riempiono, formano gradevolissimi accostamenti cromatici: una parete è tutta blu, una tutta celeste, una viola, una rossa e così via, fino a ricoprire l’intero iride.
Quando si guarda una qualsiasi stanza del mio ufficio, non si può non essere assaliti da un senso di allegra efficienza (sempre che ci si stia pochi minuti, ché altrimenti… vabbè, questa è un’altra storia).

Dicevo. L’ufficio è proprio carino. Dal piano terra in su.
Nel sottosuolo c’è l’archivio.
Si chiama archivio, lì da noi, un insieme di stanzette, basse, umide e buie, piene di ragnatele, muffe variopinte, animaletti che divorano la carta e chissà cos’altro. Una volta una collega ci ha trovato anche un gatto. Il che fa presumere che ci fosse anche qualche topo da inseguire…
Nessuna di noi ha voglia di indagare. Quando ci sono documenti vecchi da recuperare, facciamo la conta per stabilire chi sarà la sfortunata a dover scendere.
Io finora me l’ero cavata, sono bravissima a barare nelle conte. Ma questa volta una collega più sveglia delle altre ha voluto a tutti i costi contare lei. E mi ha fregata.
Ho provato a piagnucolare un po’, adducendo scuse varie (soffro di allergia alla polvere, al buio, al chiuso, alle scale) ma non è servito a niente… Così mi è toccato scendere.

Trovare l’interruttore è stata impresa ardua. Prima di individuarlo, ho carezzato roba viscida ed umidiccia, della quale non ho voluto appurare la natura.
Finalmente la luce!
Mi guardo intorno e vedo roba ammucchiata in ogni angolo, così malridotta dall’umidità e dall’incuria (e vagamente odorante di urina di gatto), da essere ormai quasi irriconoscibile. Traccheggio alquanto prima di avvicinarmici; pur di non toccarla, fingo di interessarmi alle pareti, dalle quali mi tengo comunque alla larga, osservo le belle geometrie delle ragnatele più grosse, fischietto…

Ho fame. Per forza, è l’ora di pranzo! Sento le colleghe che si preparano a tornare a casa (avete presente quell’infernale rumore di sedie strusciate che si ha in una classe scolastica all’ora della ricreazione? Ecco, qualcosa di molto simile, nonostante in ufficio abbiamo le poltroncine con le rotelline). Mi dico che è ora di tornare su, profondamente dispiaciuta per non essere riuscita nemmeno ad iniziare la ricerca, e mi dirigo verso la porticina in cima alle scale. Ma è chiusa!
Si è richiusa!
Ehi, sono qui! Non ve ne andate, sono chiusa qui dentro!
Ehi! Ehi? C’è nessuno? Già andate via?
C’è nessunoooooooooooooooooooo!

No, non c’è più nessuno.
Bene, basta rimanere calmi.
E si trova la soluzione.
Ci deve essere per forza una soluzione!
Dio, ho fame…

Va bene, calma…
Dunque, le pareti sono spesse e non mi sente nessuno.
La porta è pesante e di sfondarla non se ne parla proprio. Arnesi per forzare la serratura non ce ne sono…
Senti lì lo stomaco…

Ok, è tutto a posto, va tutto bene, ora succede qualcosa che mi restituirà la libertà. E’ sicuro. Basta che mi sieda su questi scalini e qualcosa succede. Dio cos’è questo rumore? Ah, è ancora il mio stomaco…
Ma quanto ci mettono a tornare?
E io che faccio?
Allora, posso contare i ragni. Uno, due… no quella è una mosca intrappolata.
Dunque uno…
Uff, non si respira.
Ed ho fame!
Guarda com’è grassa quella mosca! Certo che è proprio bella grossa. Chissà quanta ciccia c’ha.
Garrisca al vento il labaro viola…
Chissà che sapore ha una mosca?

Rumori?
Sì, rumori!
Ehi?
Ehi!
Ehi, sono qui!
Sono qui, mi sentiteeeeeeeee?
Niente…
Mah, ora che rientrano le colleghe del mio piano, si accorgeranno della mia assenza. Cavolo, almeno le mie compagne di stanza!
Dunque, che ore sono?
Le cinque?
Ma non si accorge nessuno che non ci sono?
Ehi, dico, che fate, ve ne andate?
Ehi! Cos’è questo rumore?
Magari è un altro topo. Vieni bellino, vieni dalla mamma, che ti faccio vedere dov’è finito il tuo fratellino…
Ma… ma è un gatto!
Micio?
Micio!
Micio, vieni qui, cribbio, non lo senti che ti sto chiamando?
Che fai, hai paura?
Ma non devi, sono buona, non si vede?
Fermo!
Dove vai?
Torna qui, guarda che ti piglio, non ti infilare in quel buco, che non ci passo, aspetta!
Acc, sono rimasta incastrata…
Almeno si respira.
E vedo, vedo delle luci.
Che sono? Stelle?
Ma che ore sono?
Dio, un piccolo sforzo…

E così sono riuscita ad evadere. Sono tutta sgraffiata, ammaccata, sporca, con un terribile sapore di topo in bocca e con una nuova consapevolezza: le mosche non son buone da mangiare.
Ma sono fuori! Grazie a un gatto, il migliore amico dell’uomo.
Qualche volta.

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