un’altra catena inutile

di maia, 10 Giugno 2007

Più fastidioso delle zanzare tigre, più inesorabile del caldo estivo, più terrorizzante dell’allarme sosta in doppia fila (esiste, giuro, l’ho letto su un autorevole quotidiano; chissà se verrà allertata la protezione civile o se interverrà direttamente l’esercito), il Signore delle Catene ha colpito ancora.

Questa volta ci chiede di riportare gli incipit dei cinque libri che ci ritroviamo più a portata di mano.
Bene, parteciperò al giochetto, ma, come già Marta prima di me, lo farò a modo mio.
Quelli che leggerete saranno gli incipit degli ultimi cinque libri che mi sono stati regalati.
Andiamo con ordine.

I primi due li ho ricevuti come strenna natalizia da parte di un totale incompetente in campo musicale, ma che ha molto, molto gusto nello scegliere i regali.
Sono:

1)”Tonight at noon” di Sue Graham Mingus.

“Conobbi Charles Mingus nel luglio del 1964, poco prima di mezzanotte. Ero andata al Five Spot, un jazz club in lower Manhattan, perché il produttore di un film in cui recitavo aveva commissionato la colonna sonora al sassofonista Ornette Coleman – o almeno pensava di aver commissionato una colonna sonora – e il mio amico Sam Edward mi aveva suggerito di andare lì per capire come stavano le cose. Non sapevo assolutamente nulla di jazz.” (Non è un caso, quindi, che i musicisti del gruppo di Mingus avessero qualche remora a farsi gestire in tutto e per tutto dalla vedova dopo la morte del marito).

Di questo libro ho già accennato nei commenti a un post precedente. La scrittura è scialba, piena di ripetizioni e poco interessante, ma gli episodi riportati sono gustosissimi. E se anche non proprio tutti fossero veri (la signora tende a magnificare forse un po’ troppo le proprie virtù), è comunque piacevole leggerli.

Assolutamente impedibili certi aforismi e certi giudizi al vetriolo nei confronti della musica e dei musicisti contemporanei attribuiti al contrabbassista. Una su tutte, la risposta a chi gli chiedeva cosa fosse per lui la creatività:

“Chiunque può suonare in modo strano, è facile. Il difficile è suonare in modo semplice, come Bach. Rendere complicato ciò che è semplice è una banalità. Rendere ciò che è complicato semplice – assolutamente semplice – questa, è la creatività”.

Nel libro è raccontato minuziosamente il progressivo rinchiudersi in sé stesso di Mingus, il suo duplice distacco dal mondo: quello fisico, per via della malattia che lo immobilizza poco alla volta, e quello artistico, che sente sempre più lontano, vista la sua incapacità di accettare la mutazione del modo di fare musica, soprattutto dopo l’avvento degli strumenti elettronici.

In poche parole è un libro da consigliare, ma solo agli appassionati del genere (jazz).

2)“le canzoni di Tom Waits. Commento e traduzione dei testi.” a cura di Eleonora Baragotti.

Il titolo parla da solo. In questo caso è inutile riportare l’incipit, molto meglio aprire una pagina a caso e trascrivere la prima strofa che trovo.

“down the shore everything’s alright, you with your baby on a saturday night,
don’t you know that all my dreams come true, when i’m walkin’ down the street
with you, sing sha la la la la la sha la la la.”
(da “jersey girl”)

Nel libro vengono riportati interessanti aneddoti su come tutti i pezzi compresi fra “Closing time” e “Blood Money” hanno visto la luce. Peccato solo le canzoni non siano riportate integralmente. Per appassionati.

3)“La variante di Luneburg” di Paolo Maurensig.

“Sembra che l’invenzione degli scacchi sia legata a un fatto di sangue.
Narra infatti una leggenda che quando il gioco fu presentato per la prima volta a corte il sultano volle premiare l’oscuro inventore esaudendo ogni suo desiderio. Questi chiese per sé un compenso apparentemente modesto, di avere cioè tanto grano quanto poteva risultare da una semplice addizione: un chicco sulla prima delle sessantaquattro caselle, due chicchi sulla seconda, quattro sulla terza, e così via…

Ma quando il sultano, che aveva in un primo momento accettato di buon grado, si rese conto che a soddisfare una simile richiesta non sarebbero bastati i granai del suo regno, e forse neppure quelli di tutta la terra, per togliersi dall’imbarazzo stimò opportuno mozzargli la testa”

Il fatto che il libro prenda il via con una leggenda non è un caso. Nonostante anche sul risvolto di copertina venga presentato quasi come un giallo, leggendolo ben presto ci si rende conto che si tratta di tutt’altro. E’ un gioco di scacchi. Fra i protagonisti. Fra l’autore e i lettori. Appassionante, teso, romantico, ma sempre sobrio. Una favola amara, senza lieto fine.

Quando è uscito, ha riscosso un certo successo. Io, da brava bastian contrario che snobba tutto ciò che va di moda, me lo stavo perdendo. Ringrazio Riccardo che me l’ha fatto conoscere.

Da consigliare a tutti.

4)“Tutto quello che è stato” di Fulvio Frezza.

“Ho cominciato a seguirla esattamente tre mesi fa: Non avrei mai creduto di poterlo fare, di esserne capace. Poi è successo tutto così, all’improvviso. L’ho vista per caso. Ecco, questo è stato il momento. Eravamo insieme nello stesso cinema, a vedere “In the mood for love”. E ho capito che non avrei più smesso”.

Lo confesso, ho barato e quello che ho riportato non è l’incipit del libro vero e proprio, ma del racconto che io preferisco, “Seguendo Silvia”.

Perché si tratta di una raccolta di racconti molto brevi, molto diversi l’uno dall’altro. Nelle situazioni e nei generi, certo, ma soprattutto nella scrittura e nel ritmo usati dall’autore.

Come la classica scatola di cioccolatini assortiti, è da consigliare a tutti: ciascuno troverà quello di suo gusto. I veri golosi lo divoreranno tutto.

5)“Imbuti” di Corrado Guzzanti.

“Buonasera, mi chiamo Brunello Robertetti, nasco poeta e vado avanti così. Sono un fans appassionati e potenziale pericolosi della signora Valeria Marino, lo sono in maniera disacerbante. Non guardo in faccia a nessuno né ora né oramai sono abituato. Sono una p’sona democratici. Ho rispetto per gli omosessuale e i negri purché i due fenomeni non si presenta contemporaneamente.”

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c’è amore nell’aria

di maia, 7 Giugno 2007

Love is in the air, come diceva una vecchia canzone (e la pubblicità delle scarpe). E non solo l’amore è nell’aria. Insomma, guardatevi intorno, è tutta un’orgia di sentimenti. Anche sui blog. Chi si interroga sull’amicizia, chi su un amore finito, chi sulla spiritualità riconquistata…

Anche io, nel mio piccolo, voglio contribuire con una riflessione.

Si è discusso a lungo sulla possibilità che anche gli animali provino sentimenti proprio come i noi. I padroni di cani e gatti e pesci rossi non hanno il minimo dubbio in proposito. Ma scommetto che anche i padroni di iguane vedono negli occhi della proprie bestiole la luce inconfondibile che solo un affetto sincero riesce ad accendere.
Beh, io la penso esattamente come loro.
Di più, son convinta che il regno animale non è l’unico toccato dalla grazia dell’affettività. Questo dono è troppo grande per essere destinato solo a pochi eletti.

Pensiamo alle piante d’appartamento. Quelle poverette, zitte tutto il giorno, chiuse in stanzette minuscole, il più delle volte male illuminate, senza niente da fare, alla fine muoiono d’inedia. Quanto più belle sono se le si riempie di coccole! Con che vigore crescono se ci parliamo, facciamo loro ascoltare un po’ di buona musica, le abbracciamo, ogni tanto allunghiamo loro una cicca o due (non troppe, il fumo fa male) e nel giorno della festa bagniamo appena appena le radici con un buon rosso!
Certo, sono difficili da interpretare, ma con un poco di applicazione secondo me riusciremmo ad intendere i messaggi che ci mandano.
Il mio ficus, per esempio, a quanto pare non apprezza molto il bebop. Me ne sono accorta perché, nonostante tutte le mie cure, si ostina a rinsecchirsi. Ma prima o poi lo trovo il disco giusto e allora… festeggeremo a champagne!

E perché fermarsi al regno vegetale?
Perché tenere fuori i pavimenti, le tegole, i muri, la grandine, che è penetrata nel mio ufficio con una violenza inaudita? Tutti quei chicchi, così gelidi, secondo me erano solo in cerca di un po’ di calore!
Chiamatemi pandemica (o panamerica, non ricordo), ma sono sicura che ci sia del sentimento in ogni cosa.

Me lo stanno confermando i miei denti.
Venerdì scorso ho strappato loro (o meglio, lo ha fatto il dentista) il fratello maggiore, quello del giudizio. E da allora non mi danno pace.
Tutta colpa della nostalgia.

piccolo manuale di sopravvivenza quotidiana

di maia, 5 Giugno 2007

C’è poco da fare, quando un padre va in pensione, tutti gli equilibri familiari faticosamente raggiunti in anni di compromessi rischiano di saltare come tappi di spumante di pessima qualità (ché quello buono un pensionato medio non se lo può permettere).

E’ vero però che non tutti i padri vivono l’avvicinarsi del grande momento allo stesso modo.
Ci sono quelli che hanno passato gli ultimi dieci-venti anni della propria vita a contare i mesi, i giorni, i minuti e i secondi che li separano dal meritato riposo.
Sono quelli che non sopportano nulla del loro lavoro. Lo vivono come una prigionia.
Passano tutto il tempo a progettare minuziosamente cosa faranno una volta che riprenderanno possesso della propria vita. Organizzano viaggi immaginari in luoghi esotici, spesso in compagna della moglie, molto più spesso in compagnia di quella segretaria del primo piano, giovane e carina, che non hanno nemmeno il coraggio di invitare a prendere un caffè.
Sono quelli che finiscono immancabilmente a leggere il giornale su una panchina della piazzetta sottocasa, prima di andare a comprare il pane o accompagnare la dolce metà dal parrucchiere.

Ci sono, poi, quelli che hanno vissuto tutta la loro vita per il lavoro. Entrano in ufficio la mattina presto, ne escono a notte ormai fonda, tutti tesi a raggiungere le uniche cose che contano: soldi e carriera. Loro della segretaria del primo piano son già stufi. Altro che portarsela in vacanza, cercano piuttosto un modo per liberarsene senza che pianti eccessive grane.
Sono padri che hanno già pianificato tutta la propria vita post-pensione. Hanno preso accordi con ditte cui fare da consulenti, con uffici di cui supervisionare la parte organizzativa, con fiorai presso i quali fare i fattorini a nero.
Questi sono i padri migliori: praticamente invisibili ai familiari dopo la pensione esattamente come lo erano prima.

E poi ci sono i tipi peggiori.
Sono una via di mezzo delle due categorie precedenti.
Odiano il proprio lavoro, ma vivono per esso. Non sopportano, cordialmente ricambiati, nessun collega, nessun superiore, nessun sottoposto, nessuna segretaria. Epperò non riuscirebbero a starne lontani. Vivono il momento del distacco come un trauma. Sono assaliti da veri e propri attacchi di panico.

Se avete un padre come questo, è necessario arrivare all’appuntamento con il gran giorno ben preparati.
E’ pensando a loro (ed a voi che ve li ritrovate in casa) che ho deciso di redigere questo agile manualetto di consigli di sopravvivenza.

Punto primo: non nominate mai la parola “pensione” invano. Al solo sentirla pronunciare, Lui rischia di esplodere in reazioni incontrollate, che possono andare dal pianto a dirotto, alla furia più cieca.
Esempio tipico di discussione con familiare poco accorto:

– pensione? Ho sentito bene? Chi ha detto “pensione”?
– No, papà, stavamo parlando del babbo di una mia amica.
– Ah, ecco, perché io sono troppo giovane per la pensione! Figurarsi se devo pensare alla pensione io!
– Beh, papà, in fondo ha 68 anni e 50 di servizio…
– E allora? Stai dicendo che sono vecchio? Ma guarda che figli che mi ritrovo, mi danno del vecchio! Vecchio a me! E’ proprio vero, non c’è più rispetto! Eh, ma ai miei tempi… (ad lib.).

Punto secondo: istituite delle riunioni segrete, in un posto che il padre non potrà mai scoprire, tipo la cucina (appena dopo i pasti, mi raccomando, altrimenti rischiate di trovarvelo nascosto nel frigorifero) o nella zona lavatrice, e date il via ad un brain storming.
La cosa più importante in queste situazioni è, infatti, trovare con largo anticipo un hobby che lo terrà lontano da casa il più possibile.
Non perché non gli volete bene, è chiaro, solo che questo esemplare è estremamente pericoloso per la salute mentale della moglie. La quale assaggia ogni santa domenica quello che l’aspetta quando se lo ritroverà fisso in casa. Questo tipo di padre è infatti di quelli che non muovono un dito nei lavori domestici, ma passano tutto il tempo alle costole della povera consorte che lava, spolvera, pulisce, indicando dove dare un’altra passata e rimproverandola per la scarsa perizia dimostrata.
E’ chiaro che una qualunque madre, per quanto paziente, non potrebbe sopportare per più di un paio di giorni una simile situazione.
Per questo è necessario portarle il marito lontano dai piedi.
Il problema è che un padre del genere è convinto di saper già fare tutto. E’ inutile proporgli corsi di fotografia, falegnameria, cucina, idraulica, disegno e qualunque altra cosa vi possa venire in mente. Vi risponderà che sono tutti inutili e che anzi lui potrebbe dare facilmente lezioni agli altri.
 
L’unico modo per cavarne le gambe, è giocare d’astuzia.

Ed ecco quindi il terzo consiglio: siate subdolamente falsi. Mai come in questo caso il fine giustifica i mezzi.
Basta pensarci un attimo, qual è la principale molla che spinge questo tipo di padre nella propria vita di relazione? Ma è molto semplice, lo spirito di competizione!
Bene, fategli credere che ammirate il padre di un vostro amico o un suo conoscente, meglio se notoriamente cretino, per una qualche abilità che lui non possiede, un’attività che non ha mai nemmeno sentito nominare.
Vedrete che non vorrà essere da meno.
Esempio di discorso falso e subdolo:

– certo maia, hai visto il Pingi come è bravo a fare l’ikebana? E dire che sembrava tanto deficiente, ma evidentemente ci stava solo pigliando per i fondelli. Uno così bravo a fare ikebana non può che essere un genio.
– Il Pingi? Ma che dite, quel cretino? Ma se è un minorato psichico!
– Sarà, ma intanto fa un’ikebana…
– Ma lo so fare anche io l’ikebana! E meglio! Mille volte meglio!
– Scusa papà, ma tu nemmeno sai cos’è…
– Vabbè, qualunque cosa sia, io lo faccio meglio!
– Sarà… (con subdola alzata di sopracciglio e sorriso beffardo)
– Come osate mettere in dubbio…
– Papà, non ti alterare. Quella dell’ikebana è un’arte antica, che richiede anni di studio, applicazione costante e una mente brillante. Il Pingi evidentemente ce l’ha…
– Ma tu guarda queste! Ma sentile…… ora vi faccio vedere io! Datemi l’elenco del telefono!

Quarto consiglio: vedete di trovarvi molto, molto lontano quando vostro padre si renderà conto di aver sborsato un mucchio di soldi per delle costosissime lezioni su come disporre i fiori.

è il giornalismo, bellezza!

di maia, 3 Giugno 2007

Quando, in giornate uggiose come questa, senza più calcio e teatrini televisivi annessi, sono in piena crisi d’astinenza da pulp ed oscenità varie e la puntata di "Studio Aperto" è ancora troppo lontana per poter resistere, mi basta leggere la cronaca locale dei quotidiani per sentirmi subito meglio.

Perché, lo so, sembra incredibile, ma Giordano ha fatto scuola. Le redazioni dei giornali pullulano di giovani virgulti pronti a tutto pur di farsi notare. Così scelgono la strada più semplice.

Dalla cronaca fiorentina di repubblica del 2 giugno:

“Stritolato dal rullo a 18 anni”.
Questo il titolo.

“Uncinato dai ganci, trascinato dal rullo e schiacciato. Un macchinario grande e rumoroso, una serie di (…) lame che servono a fare a brandelli i tessuti giovedì sera si è mangiato A. P.” è l’inizio di un articolo nel quale non ci vengono risparmiati dettagli interessantissimi.

Io rimango affascinata.
Il linguaggio è piatto. Il vocabolario ridotto all’osso, poche le parole usate, sempre le stesse, ma iperboliche e scioccanti.
Niente da dire, il pezzo è perfetto.
Il ragazzo farà strada.

Magari come redattore di Lucignolo.

Vedo messa peggio la sua collega che spiega come una famosa studiosa sia giunta a delle conclusioni innovative su un manoscritto, svolgendo le sue ricerche ovviamente non sul prezioso originale, ma su un "fax-simile".

Temo che più in là del tg2-cultura non potrà andare.

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una modesta proposta 2

di maia, 28 Maggio 2007

Da qualche tempo sul satellite va in onda una nuova serie ospedaliera che prende spunto dal dr. House. A quanto pare le somiglianze con l’originale sono tantissime, nel modo di costruire le puntate e nella caratterizzazione dei personaggi.

Chi l’ha visto giura che se non fosse per l’ambientazione, spostata in un reparto di neurochirurgia, e per il protagonista, Stanley Tucci, che è completamente rasato, i due serial sarebbero praticamente identici.
Premesso che io adoro Tucci e che vederlo ridotto a fare la brutta copia mi rattrista molto, la cosa che mi ha più colpito della serie è il titolo. "3 libbre". Che sarebbe il peso di un cervello umano.
Ora, io non ho la minima idea di quanti chili corrispondono a tre libbre, però so per certo una cosa: il cervello umano è in larga parte inutilizzato. Di questo sono sicura, l’ho visto alla Macchina del tempo (o l’ho letto in qualche numero di Focus?). Dunque, noi ci portiamo in corpo ben tre libbre di roba, per larga parte inutile.
E allora perché non sfruttare la cosa?
Voglio dire, ci avviciniamo all’estate, la prova costume è alle porte. Milioni, ma che dico, miliardi di donne sono già in piena crisi e stanno spendendo stipendi interi in creme, pasticche, lozioni, beveraggi, massaggi, palestre, piscine, macchinari infernali, il tutto per, ad andar bene, perdere temporaneamente due-tre etti di peso, che poi riacquisteranno, decuplicati, in pochi secondi.
Perché, invece di spendere tutti quei soldi in palliativi, non spenderli per un intervento risolutivo? Perché non liberarsi di quella massa in eccesso?
In fondo non stiamo parlando di liquidi o grassi, che hanno la pessima abitudine di riformarsi. Qui si parla di materia che, una volta estratta, non si riformerà mai più!

Per non parlare dei benefici effetti collaterali che una cura del genere procurerebbe.
Oltre a far calare nettamente la massa corporea, infatti, si libererebbe un sacco di spazio nella scatola cranica, cosa che debellerebbe definitivamente la sindrome-dobermann che molti esseri umani ha portato alla follia negli ultimi anni, come autorevolmente documentato sempre da Focus (o era la Macchina del tempo?).

In più ciascuno di noi potrebbe approfittarne per personalizzare il proprio cervello, sbarazzandosi anche delle parti sotto-utilizzate.
Così una persona amante dell’arte che odia lo sport, per dire, potrebbe farsi togliere la parte in cui risiede la funzione del tifo.
Al contrario, un accanito tifoso potrebbe chiedere di estirpare la parte che presiede al giudizio critico (e un tifoso di football americano potrebbe farsi estrarre tutto il cervello di sana pianta).

E perché non pensare più in grande? Perché non puntare addirittura ad eliminare tutti i malesseri psicologici?
Ma ci pensate? Addio alle crisi di panico, agli attacchi d’ansia, agli stati depressivi. Basterebbe individuare l’area cerebrale giusta e zac!

Mi sento male al solo pensiero delle cose che si potrebbero fare!

Un momento, leggo ora su Donna Moderna che tre libbre corrispondono più o meno ad un chilo e mezzo. In effetti è un po’ pochino per assicurare una perdita di peso significativa…

Trovato!
Basterà asportare l’area del cervello che regola i complessi.
E’ anche vero che così alle donne ne rimarrebbe ben poco, ma tanto, seriamente, notereste la differenza
?

La famiglia rompiglioni 3 – gli esordi

di maia, 25 Maggio 2007

Il motto della famiglia rompiglioni è buon sangue non mente.
Ed è proprio vero.
Chiunque nasca con sangue rompiglioni, non può che essere un perfetto rompiglioni.
Inutile sperare che la maledizione salti qualche generazione. Magari nei primi tempi, quando il nuovo rompiglioni è uno scricciolo appena nato o un dolcissimo bimbo dal sorriso seducente, ci si può anche illudere. Ma ben presto ci si deve arrendere alla dura realtà.

Prendiamo me per esempio.

Passai i primi anni di vita suscitando false speranze nei miei genitori.
Troppo piccola per andare all’asilo, mi lasciavano a casa con una sorella di mia madre, giovane e carina, che ci teneva molto alla mia formazione: appena arrivava, mi metteva in mano un giornale ed andava a discutere di non so quali problemi da grandi con un amico in camera dei miei.
Così io passavo lunghe ore nel seggiolone a giocare tranquillamente con un quotidiano, di solito la Nazione, a ridurlo in minuscole striscioline, disporle in composizioni simmetriche (avevo un precoce senso dell’ordine, peccato l’abbia altrettanto precocemente smarrito), per poi mangiarle con gusto.
Al rientro da lavoro, i miei mi ritrovavano nello stessa posizione in cui mi avevano lasciata, con una densa bavetta nero-inchiostro che mi colava dall’angolo della bocca ed un’espressione sazia e soddisfatta, come doveva averla Jorge mentre si mangiava Aristotele.
Mia zia, invece, la trovavano sempre un po’ scarmigliata e ansimante, come se avesse appena finito di correre. Quanto al suo amico, temo non siano mai riusciti ad incontrarlo.
Quando cominciai a rendermi conto che mangiare bistecche al sangue era molto più gustoso di quanto non fosse mangiare giornali, oltretutto di pessima qualità, decisi di utilizzare quei fogli in altro modo. E imparai a leggere. Quando cominciai anche a capire cosa stavo leggendo, decisi che da adulta non avrei mai comprato la Nazione.
Insomma, a tre anni ero il sogno di ogni genitore: silenziosa, tranquilla e letterata.

Fu all’asilo che cominciai a rivelare i primi sintomi.
In quella bolgia di mostriciattoli urlanti non potevo dedicarmi ai miei giochi silenziosi, anche perché le suore pretendevano di farmi socializzare con gli altri bambini. Volevano farmi giocare a tutti i costi al gioco della sedia. Quando, dopo mesi di studio, ne compresi il meccanismo (ero già allora una bimba molto analitica), decisi di buttarmi nella mischia. Così presi a picchiare ferocemente i più piccoli perché mi cedessero spontaneamente il loro posto. In fondo, perché affannarsi, quando potevo starmene comodamente ad aspettare che mi facessero sedere gli altri? Dopo una settimana il gioco fu abolito. Ero la più grossa e riuscivo facilmente a ridurre alla ragione anche i compagni più riottosi. Finiva che tutti rimanevano in piedi a rispettosa distanza, anche dopo che mi ero seduta.

Delle elementari ho ricordi poco significativi, tranne una lezione di educazione sessuale, che merita un capitolo a parte, ed il fatto che il compagno di classe di cui ero perdutamente innamorata faceva il filo alla biondina del primo banco. Da allora decisi di odiarla.
Divenne la mia migliore amica.
E presi una decisione che cambiò la mia vita: se proprio non piacevo al mio amore, allora non valeva la pena di piacere a nessuno! Fu così che intrapresi la carriera di prima della classe.
Nei restanti anni delle elementari ed in quelli delle medie, mi esercitai a fare la secchiona in maniera sempre più rigorosa.
Ogni giorno arrivavo a scuola conoscendo alla perfezione fino a sei capitoli in più rispetto a quelli assegnati. Alzavo sempre la mano, suggerivo ostentatamente quando venivano interrogati gli altri.

Al liceo la mia popolarità subì un’ impennata imprevista. Fra i miei compagni cominciò a girare la canzoncina “viva viva la rompiglione, la più amata delle secchione!”. Ma io non mi lasciai lusingare, conoscevo bene il motivo di tanto improvviso amore. Il compito di latino. Volevano che li aiutassi nelle versioni. E decisi di accontentarli.
Però feci pagar cara la mia condiscendenza. Passavo le versioni, è vero, ma le passavo tradotte in inglese.
Così la mia classe era l’unica in tutto l’istituto in cui, ad ogni compito di latino, gli studenti si presentavano col vocabolario d’inglese…

Ma non pensate male, non ero cattiva, ero solo… rompiglioni.
A parziale giustificazione del mio comportamento, devo dire che in quegli anni si infransero i due più grandi sogni della mia vita: fare la suora missionaria in Amazzonia e la cantante lirica nel resto del mondo. A cancellare il primo ci pensò il mio senso di sdegno verso l’eccessivo lassismo della Chiesa. Voglio dire, trovavo inammissibile che si consentisse ai bimbi di piangere durante le funzioni ed alle vecchine di fare le gare di velocità nel recitare il rosario. E, diciamocelo, tutte quelle gonne corte al ginocchio davanti all’altare…
Il secondo invece sbiadì da sé quando mi resi conto che aver imparato a suonare il piffero alle medie non mi qualificava come esperta musicale e che cantare a squarciagola le arie della regina della notte in una lingua ignota (che certo non era tedesco, visto che di quell’idioma conosco solo la parola “essen”) non faceva di me una cantante.
Quando poi i miei mi proibirono di cantare, pena l’espulsione perenne da casa, qualunque cosa, foss’anche l’inno della fiorentina, dovetti prendere atto del fatto che la voce non è la mia dote migliore.

E l’amore non è che andasse meglio.
La prima vera cotta la provai per il bello della spiaggia.
Era il ragazzo più conteso del paese in cui trascorrevo le vacanze.
Mi trovavo nella inusuale situazione in cui la padronanza del latino e dell’inglese non servivano a niente. In quel campo occorrevano ben altre doti. Delle quali ero totalmente sprovvista.
Con gli esponenti del sesso opposto non sapevo proprio come comportarmi.
Mancandomi quelle armi tattiche, prettamente femminili, che occorrevano per sbaragliare la concorrenza, decisi di invitare la biondina del primo banco perché mi mostrasse come fare. Lei ha sempre riscosso un enorme successo con gli uomini. La ospitai a casa mia. Sin dal primo giorno si mise all’opera e mi fece vedere come dovevo comportarmi con lui. Non ebbi il minimo dubbio sulla bontà dell’idea, finché non li vidi avvinghiati sulla spiaggia con tre metri di lingua in bocca.
Mi spezzarono il cuore.
Decisi di vendicarmi.
Feci loro da testimone di nozze.
(continua…)

l’anno della maturità

di maia, 23 Maggio 2007

“E tu dov’eri, cosa stavi facendo?” è la domanda che ti fanno più o meno tutti. Che imbarazzo dover rispondere “veramente non lo ricordo”.
Imbarazzo misto a senso di colpa. Perché io di quel 23 maggio del 1992 non ricordo nulla. Non ricordo dov’ero, cosa stavo facendo, con chi.
Era l’anno della maturità. Tutto vissuto in un’altalena di angoscia e sospensione nell’incoscienza, credo per salvare quel poco di nervi rimasti.
Una cosa però la ricordo benissimo. Ricordo la mia reazione alla notizia.
Una reazione della quale mi vergogno.
Pensai: “Beh, era questione di tempo”.
Poi altre emozioni prevalsero: sconforto, rabbia, frustrazione.

La traccia sull’attualità quell’anno riguardava la conferenza mondiale su ambiente e sviluppo che si era tenuta a Rio de Janeiro i primi di giugno.
I giornali e le televisioni ne parlavano come di un evento storico che avrebbe rivoluzionato in meglio la vita di tutti, risolto definitivamente i problemi di surriscaldamento globale e di inquinamento.

Feci quel tema, pensando ad altro.
Ne venne fuori un’amara dichiarazione di disillusione.
Il presidente di commissione agli orali mi disse, mentre ancora mi stavo sedendo: “signorina, il suo tema ci ha lasciati sbigottiti. Qui si parla di qualcosa di unico, di innovativo. Non può già partire con l’idea che resterà tutto come prima, che è tutto inutile. Non è troppo giovane per essere così cinica?”.

Ricordo esattamente dov’ero il 19 luglio 1992.
Ero a Capraia, a casa di un’amica, a festeggiare la maturità raggiunta.
Un posto da favola, un piccolo paradiso.
La mamma della mia amica entrò in cucina ansante: “Lo hanno rifatto. Hanno ucciso Borsellino!”.

Di quella volta invece ricordo tutto.
I colori della casa, quasi accecante nel suo bianco perfetto. I colori delle imposte, azzurre come il cielo terso di quei giorni. La tovaglia colorata sulla tavola. La faccia di quella donna, sinceramente sconvolta.

Quella volta ho pianto.

Guardavamo ai telegiornali la gente in strada manifestare la propria rabbia. La padrona di casa era raggiante. “Qualcosa sta cambiando, finalmente!” diceva. Io mi sentivo in colpa. Mi chiedevo solo “quanto durerà?”.

Nel 1992 non diventai solo matura. Quell’anno diventai vecchia.

(crosspostato su cabaret bisanzio)